Adriano Sofri

Caro Andrea Majid, la tua idea di rifare Re Nudo suscita in me – che peraltro allora non partecipai – i pensieri che ora ti espongo.

Voglio prendere in parola soprattutto quell’aggettivo: nudo. Mi vengono in mente le foto delle ragazze e dei ragazzi nudi di un concerto, o davanti a file di gendarmi coi fucili inastati. L’idea di rispogliarsi venticinque-trent’anni dopo, così senza preavviso, mette allegria ed imbarazzo insieme. Scherzi a parte, la voglia di spogliarci alla svelta e di tuffarci che avemmo allora me la ricordo bene, e ha a che fare con l’argomento.Non so tu, ma io, quando risento quell’espressione così proverbiale, “il re nudo”, penso subito a quegli anni come a un grande smascheramento, a uno sguardo spregiudicato che ad un tratto leva di dosso alle autorità costituite le pellicce e gli orpelli di cui si ammantavano, le vedeva nude, e rideva della loro goffa ignobiltà.

Così se dovessi a bruciapelo raccontare la favola del re nudo, direi più o meno che solo lo sguardo incorrotto di un fanciullo osa vedere sotto gli abiti della maestà quello che le teste chine e abituate all’ossequio dei cortigiani e dei sudditi non sanno più vedere: che il re è nudo. Il fatto è che la favola di Andersen, che non ricordavo per niente, e sono andato a rileggere, a cominciare dal titolo, “i vestiti nuovi dell’imperatore”, è molto più complicata e per realizzare la sua metafora della cecità di fronte alle autorità passa attraverso una trama in cui, più che il principio di autorità, contano lo spirito truffaldino o la paura di passare per fessi. Ci sono i falsi sarti che promettono di saper tessere e cucire vestiti meravigliosi e invisibili a chi non fosse all’altezza della propria carica e agli stupidi. Così, giocando sulla vanità, a cominciare da quella dell’imperatore che passa la gran parte del suo tempo “nello spogliatoio”, e sulla paura, i due imbroglioni ingrassano: se non fosse per la voce dell’innocenza di un bambino, che guarda l’imperatore e il corteo di dignitari che simulano di reggerne lo strascico ed esclama: “Ma è nudo!”. Non l’autorità. Il bambino guastafeste è immune, piuttosto che dal servilismo e dal principio di autorità, dalla conservazione del posto, per così dire, e della faccia. Può dire le cose come stanno. Il re (anzi: l’imperatore) è nudo, e lui lo dice. Nell’uso metaforico il re è vestito, vestitissimo, ma l’occhio del bambino – e di tutti i successivi bambini del mondo, come la generazione fiorita degli anni sessanta – non si lascia impressionare dall’abito e lo sveste.

Così, praticamente rovesciata rispetto alla favola originaria, la formula del “re nudo” correva negli anni della detronizzazione di tutte le autorità, del nudismo universale, in cui, come in un Giorno del Giudizio, alcuni – i bambini spensierati e guastafeste – facevano danze e intrecciavano fiori, e i grandi destituiti se ne stavano vergognosi intorno alle pance cortigiane.

Correva parallela all’altra, dell’”Erba voglio”: diventata improvvisamente accessibile e appetibile. Tutto è possibile, tutto è permesso. L’erba voglio cresce nel giardino pubblico. Altro che neanche nel giardino del re. (Sempre questi re, poi: il re nudo, quello senza erba voglio, quello della canzone “e sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re”). L’autorità messa a nudo: e con lei lo strascico di soggezioni, mortificazioni, genuflessioni, bastonate e note in condotta inflitte ai poveretti, ai sudditi, ai lavoratori manuali, ai ripetenti dell’ultimo banco, a quelli di campagna e a quelli del meridione. Fu bellissimo.

Naturalmente, la gente poi ci prende troppo gusto. Basterebbe toglier di dosso al re mantello e scettro, e invece si finisce col tagliargli la testa, E così, è inevitabile riscrivere la favola e immaginare un corteo in cui, invece che un re tronfio e ridicolo, coi vestiti impareggiabili e invisibili, si immagina una carretta da ghigliottinati e un tronco decapitato; se il dannato bambino rompesse il silenzio della folla, o si unisse agli schiamazzi, a piacere, esclamando: “Il re è senza testa” – non ci sarebbe niente da ridere. Ecco che un signore, che a suo tempo è stato soldato del re, e appena un capitolo fa gli ha dato la mano alla discesa dalla carrozza e poi ha passato la mano sul viso del figlioletto dicendogli: “Prendi, è una carezza del tuo re”, ecco che quel signore anziano e dignitoso, dalle mani di lavoratore e popolano, darà uno scappellotto al bambino infame.

Ucciso il re, uno sgomento e una tristezza si impadroniscono del pubblico. Dame di corte impavide, col viso di Hanna Shygulla, che fino a ieri sembravano incapaci di tutto ciò che non fosse buffo e fatuo, trafugano i vestiti regali dissacrati e li venerano come reliquie. Registi di sinistra come Scola, si inchinano all’abito vuoto del re alla fine del loro film sul Mondo Nuovo. Registi fantasiosi e insofferenti del conformismo, come Fellini, celebrano in un loro apologo irritante la restaurazione dell’ordine e dell’autorità, nella Prova d’orchestra. Gli studenti del sessantotto diventano professori, presidi, a volte rettori e indossano l’ermellino, e bocciano, pieni di senso del dovere. I sarti restano quelli e si chiamano stilisti. Ci sono dei vignettisti, anziani, acidi, pagatissimi, che usurpano in permanenza la sfacciataggine del bambino che aveva visto il re nudo e disegnano ogni giorno in prima pagina di giornali diretti con barba e piglio regali, benché si chiamino, che so, “la Repubblica”, gli uomini del potere nudi.

Può succedere che un barbone, lercio, unto, puzzolente, stracciato, sbrindellato, con le vergogne esposte, e un bastardino accucciato ai piedi, mai guardato dai passanti, che fanno un giro più largo, venga visto da un bambino e che un bambino esclami pieno di meraviglia e di rispetto: “Ma costui è un re. Ho visto un re”.

I re vanno rivestiti, rifocillati, riconsolati, in certi periodi. Anche se non sono re, anche se sono solo barboni. Auguri, col tuo titolo. Mettici un punto interrogativo, magari.

Re Nudo N. 1, Ottobre 1996