Buddhismo, via consapevole alla compresenza

Un’analisi di Francesco Pullia, scrittore e filosofo antispecista

C’è un termine capitiniano che, a mio avviso, riesce ad esprimere, meglio di ogni altro, l’atteggiamento buddhista nei confronti di ogni essere senziente e, più in generale, il modo di rapportarsi alla vita: compresenza. Partendo dalla constatazione che tutti, senza distinzione di specie, aneliamo al superamento del dolore e a raggiungere un livello ottimale di felicità, il buddhismo si afferma come filosofia della compresenza che avvalora e mette in relazione orizzontale, cioè su un identico piano egualitario, ogni forma vivente. Siamo all’interno di una ricca, complessa, meravigliosa trama comunicazionale, gli uni legati agli altri in un fitto intreccio di richiami e rimandi, partecipi, ognuno nel suo piccolo, di una elaborazione collettiva.

Tasselli si aggiungono a tasselli in quella costruzione, fondata sulla precarietà, sull’impermanenza, che Aldo Capitini chiamava Uno-Tutti differenziadone radicalmente il senso dall’Uno-Tutto onnifagocitante della metafisica. Ne consegue un afflato compassionevole nei confronti di un prossimo non più inteso come racchiuso nell’angusto, asfittico, orizzonte dell’umano ma quanto mai allargato. Compassione come tensione all’altro, come porsi umilmente in ascolto dell’altro e nell’altro, nella consapevolezza che ogni singola traccia di presenza reca in sé lo stigma della finitezza nel continuo avvicendarsi di nascite, morti, rinascite. Compassione come attitudine costante ad esercitare amore in un rapporto di inter(in)dipendenza che ci responsabilizza in modo creativo portandoci a percepire l’importanza di ogni aspetto, anche il più marginale, della rete che ci contiene.

Al posto dell’antropocentrismo arrogante e devastante, tipico dei monoteismi impositivi e del riduzionismo razionalista cartesiano, il buddhismo prospetta una sorta di ecosofia comunitaria che paradossalmente trae il suo punto di forza proprio dall’acquisizione della debolezza costitutiva di ogni essere: ecosofia perché, a partire dalla sperimentazione della limitatezza e della sofferenza che condizionano l’esistenza samsarica, esalta una concezione olistica nei confronti del multiforme esplicitarsi della vita; comunitaria perché destinata a com/prendere tutti. L’animale nel buddhismo non è, quindi, l’altro da me ma l’altro di me. Il suo sguardo non solo e non tanto m’interpella ma estende il mio, ampliandolo il più possibile in un vicendevole scambio di affinità.

Se, come si sostiene, ogni essere nel corso dell’incessante transito cui siamo soggetti e di cui, con le nostre tracce karmiche, siamo responsabili, è già stato mia madre, mio padre, sorella o fratello, dal minuscolo insetto alla mucca, appare allora evidente l’insussistenza della dispotica centralità dell’uomo riscontrabile nelle cosiddette religioni rivelate e vigente nel cartesianesimo sfociante in un ottuso dogmatismo totalizzante. Anche l’animale non umano può raggiungere l’illuminazione, rimediare al lascito negativo delle incarnazioni passate, essere ammirevole testimonianza di buddhità. Gli apologhi contenuti negli oltre cinquecento jātaka (gli antichissimi racconti tramandati nei secoli delle vite anteriori del Buddha) sono a questo proposito esemplari.

Vi si narra, infatti, di come il Buddha sia rinato precedentemente in forme svariate, essendo stato, prima di assumere fattezze umane, elefante, antilope, lepre, maiale, scimmia, quaglia, pernice, cornacchia, pappagallo, picchio. Senza dubbio, tra le diverse storie, una delle più conosciute ed esemplari è quella in cui il bodhisattva, colpito dai lamenti di una giovane tigre caduta in un burrone con la sua prole e talmente tormentata dai morsi delle fame da manifestare l’intenzione di mangiarsi i propri cuccioli, mosso da infinito amore si getta dal ciglio di un dirupo per offrirsi in pasto. In un’altra parabola la generosità e la gratitudine di un serpente, di un topo e di un pappagallo risaltano rispetto alla cattiveria dell’uomo. E che dire della bellissima parabola dell’elefante virtuoso e del legnaiolo ingrato?

Anche se è vero che spesso si sottolinea enfaticamente che la rinascita umana costituisce una preziosa opportunità, nel buddhismo l’animalità non è umiliata o colpevolizzata. Al contrario è valorizzata come componente imprescindibile della compresenza. La benedizione che i lama sono soliti elargire agli animali non umani non ha nulla a che vedere con quella cattolica che viene somministrata il 17 gennaio, ricorrenza di sant’Antonio abate. Non va, tra l’altro, dimenticato che l’usanza cattolica deriva dal fatto che all’ordine degli Antoniani era stato concesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati perché il grasso degli animali era ritenuto medicamentoso per coloro che erano colpiti da uno sfogo pruriginoso della pelle simile alla varicella.

Più antropocentrismo di questo! Mentre nel buddhismo la benedizione risponde al dettato di una compassionevole assunzione di vicinanza nei confronti degli altri esseri, nel cattolicesimo maschera, più o meno velatamente, l’ennesima affermazione della supremazia umana e di una visione strumentale. Connaturata al buddhismo è la coscienza della compartecipazione responsabile ad uno stesso cammino di liberazione, ad un riscatto comune che si ottiene non per grazia ultramondana o intercessione divina ma tramite uno sforzo interiore e un approccio nonviolento all’esistente. Cos’è, infatti, la compassione se non l’amorevole desiderio di affrancamento corale, senza cesure di specie, dai tormenti causati dalla caduta temporale? È l’identica propensione provata da Rosa Luxemburg quando descrive la propria immedesimazione nel pianto di un bufalo percosso.

Piangere le stesse lacrime, gioire con lo stesso riso, affrancarsi con la stessa determinazione. Ne conseguono scelte drastiche e ineludibili come quella vegana. Sono a dir poco ipocriti e insostenibili coloro che, nonostante tutto, concepiscono il buddhismo in modo devozionale, fideistico, ignorando, quando non deturpando, la portata innovatrice di un insegnamento che richiede e sancisce una svolta senza remore, come l’abbandono dell’illusoria concezione della centralità dell’uomo. È semplicemente un penoso controsenso proclamarsi buddhisti e poi nutrirsi di carne, pesce, uova, di prodotti derivati dallo sfruttamento animale e, ancora, vestirsi d’indumenti ricavati dalla sofferenza. Una leggenda indiana narra che Indra, re degli dei, pur di non urtare con il timone del suo carro un nido che ospitava piccoli uccelli, si espose ad essere ucciso e travolto dall’esercito dei demoni.

E quale demone peggiore c’è di chi, dimentico del proprio ruolo nel mondo, avalla l’olocausto animale, la sistematica violazione di altrui vite, gli allevamenti intensivi, la caccia, la pesca, fino alla deportazione di esseri stipati in camion per essere condotti alla soluzione finale dei mattatoi, delle macellerie, dei banconi delle grandi catene alimentari?

 

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