Editoriale di Majid Valcarenghi – La tigre di carta

Sono passati dieci anni da quando abbiamo iniziato la nuova serie di Re Nudo diventando da rivista mensile di poche pagine al trimestrale tematico con 100 pagine con le caratteristiche di rivista da collezione. Il primo numero di questa nuova serie fu dedicato al Tibet.  Lo affrontammo dal punto di vista dei diritti umani violati. Oggi quel numero storico è praticamente esaurito, ne abbiamo ancora una decina di copie.  Così quando il nostro amico e collaboratore storico Piero Verni mi prospettò di dedicare un numero di Re Nudo alla cultura tibetana in occasione dell’80° compleanno del Dalai Lama mi sembrò una concomitanza perfetta.

Ritornare ad affrontare la questione tibetana iniziando un nuovo ciclo di Re Nudo. Così come dieci anni fa scegliemmo i Diritti Umani Violati come approccio alla questione tibetana, oggi abbiamo scelto di dare voce alla cultura, all’arte, alle iniziative umanitarie delle tante associazioni che lavorano per il Tibet. Un approccio quindi propositivo più che di denuncia. Questo perché in qualche modo si è risolta la questione dei diritti? No davvero. Anzi sempre di più il tallone di ferro del regime cinese sta schiacciando il popolo tibetano e sempre di più nel silenzio del mondo occidentale.

Il mercato cinese è sempre più appetibile per le “eccellenze” del nostro made in Italy e nessun politico vuole mettere in gioco fette di mercato per salvaguardare i Diritti Umani. La Russia tace per un tacito accordo di scambio: la Cina tace sulle violazioni russe in Cecenia e la Russia tace sul Tibet. La ragione per cui abbiamo scelto di dare voce propositivamente alla cultura, all’arte e alle iniziative per aiutare concretamente il Tibet è perché anche far conoscere l’anima tibetana è un modo di aiutare a non far dimenticare il Tibet.

La prospettiva del popolo tibetano è purtroppo quella di diventare una piccola minoranza sul proprio territorio oramai invaso dai coloni cinesi deportati dal governo di Pechino. Nessuna speranza per il Tibet? Una speranza c’è ed è quella di una implosione interna del colosso cinese. Un cedimento strutturale dell’impalcatura di un regime che ha coniugato al meglio quattro dittature militari, capitalismo liberista e socialismo reale. Un mostro che potrebbe rivelarsi alla fine, paradossalmente, una tigre di carta, metafora cara al maoismo per dipingere gli USA.

Se un giorno crollasse il regime come accadde in Unione Sovietica forse si potrà ancora salvare l’identità del Tibet. Noi ci auguriamo di cuore che questo possa accadere. Intanto aiutiamo chi aiuta il Tibet a tenere accesa la fiammella della speranza.