Incontri con uomini straordinari

di Majid Valcarenghi

Ho avuto la fortuna di una vita intensa in cui ho incontrato tanti uomini straordinari per quello che hanno trasmesso con le loro vite, con il loro esempio. Mi riferisco alla mia vita pubblica in cui mi sono affacciato al mondo. In primis mio padre. Lui è stato silenzioso testimone dei primi passi che ho compiuto per cercare di cambiare la vita dei miei coetanei.


Quando decisi a vent’anni di fare obiezione di coscienza contro l’esercito e la leva obbligatoria, rifiutando la divisa e glielo dissi, lui cercò di dissuadermi in tutti i modi anche cercando di spaventarmi invano con la prospettiva certa del carcere militare duro di Gaeta. Ma dopo due conferenze stampa a Roma e Milano organizzate da Pannella dove avevo annunciato la mia scelta, mio padre silenziosamente, mi sostenne senza riserve. Episodio chiave fu quando lo chiamò al telefono l’allora Ministro della Difesa Tremelloni che era suo compagno di Partito chiedendogli cosa potesse fare per me. La sua risposta fu lapidaria: “Soprattutto non fare niente”. E così seppi poi che avevo guadagnato il suo rispetto, senza interferenze o privilegi, che sapeva bene non avrei tollerato. Durante la mia detenzione a Gaeta lo sentii vicino a suo modo anche se ho ricordi confusi.

Quello di cui sono certo è che negli anni successivi nel ’67-’69 ho il rammarico di aver combattuto poco per avere uno scambio con lui, per fargli delle domande, chiedere cosa pensava di tante cose della vita. Sentivo la sua presenza ma non riuscivo a interagire come avrei voluto, anche per la mia timidezza. Poi, dopo l’obiezione di coscienza è iniziata la mia fase di ribellione contro la famiglia quindi risultava ancora più difficile coniugare amore e ribellione, il voler essere accettato e insieme esprimere il mio essere critico, identificato com’ero nelle rigidità degli schemi dell’epoca, io rivoluzionario, lui riformista. E’ morto troppo presto per me e non ho potuto esprimergli a parole quello che avrei voluto e devo ringraziare mia sorella Marina che col suo libro di cui qui pubblichiamo alcune pagine mi ha dato modo di conoscere una parte importante della sua vita, di riconoscere nel mio padre riformista un eroe della lotta di liberazione dal nazifascismo.

E poi di sapere che è stato anche un uomo che dopo la guerra, per i suoi meriti riconosciutigli anche da Pietro Nenni capo indiscusso del Partito Socialista e di tanti dirigenti della Resistenza, rifiutò cariche importanti tra cui la Presidenza del C.O.N.I. perché aveva un’altra idea della politica che nulla aveva a che fare con le onorificenze o le compensazioni in lavoro e denaro. Grazie a questo prezioso libro ho anche potuto riconoscere in me qualcosa di lui che mi ha aiutato a conoscere me stesso e a cristallizzare la mia stima e il mio rispetto per il suo impegno politico e civile.
 

Marco Pannella

Marco è stato in ordine di tempo il secondo incontro straordinario della mia vita a cui mi rivolsi quando avevo vent’anni, per dare voce e visibilità alla mia obiezione di coscienza al servizio militare, la prima obiezione di coscienza politica alla struttura repressiva e violenta dell’esercito. Poi qualche anno dopo proprio mentre stavo attraversando con Re Nudo una fase, che si rilevò per fortuna di breve durata, lontana dalla nonviolenza. Mi rivolsi ancora a lui forse perché nel mio inconscio sapevo che la mia vera natura era contro la violenza, per chiedergli la prefazione al mio primo libro autobiografico “Underground a pugno chiuso”.

Prefazione in cui Pannella criticò me e Re Nudo per quel “pipa e fucile” ripreso dall’undergound  dei Whethermen americani, l’antifascismo militante violento che traspariva in qualche numero della rivista, ma che poi nella seconda parte del suo scritto commentò  assai generosamente”… Ti ho letto non solo con attenzione, con consenso, ma anche con invidia: non riuscirei mai a raccontare con la tua chiarezza, la tua semplicità, la tua efficacia anche solo una parte delle nostre cronache radicali…drammatico, solido, rapido e allegro, anche per me sorprendente autobiografia non narcisista di un militante senza obbediente (ma anche senza abbandoni e distrazioni) che racconta come tutto possa tramutarsi nell’oro o nel miraggio d’una politica nuova e libera…

Lo leggeranno i trentamila del festival di Zerbo, altri cinquemila ReNudisti che non riuscirono ad arrivarci…i dieci mila che alla Statale facevano clap clap, come racconti, a Capanna, il mezzo migliaio di compagni che ti hanno conosciuto nelle carceri militari e civili o in caserma; i vecchi provos, onda verde, hippy, situazionisti ed i nipoti del Partito radicale, che ormai sono tanti e i gruppi collegati a Stampa Alternativa di Marcello Baraghini…”

E poi in un passaggio della sua prefazione che oggi risuona anche profetico per come poi sono proseguite le nostre vite, cogliendo un approccio alla vita che ci era comune quando scrive (era il 1973): “Abbiamo durato, rifiutando di sopravvivere, ricominciando sempre, facendo anche delle sconfitte materia buona per dare volto e corpo alle nostre testarde ed alla fine semplici a antiche speranze (…) Ho sempre pensato a te come ad un compagno impegnato in un’opera comune, in lotte necessariamente convergenti e da organizzare insieme. Tu no, è questa la differenza.”(…) Continueremo ancora a lungo a marciare divisi?

La prima parte della prefazione di Pannella al mio libro divenne poi famosa grazie a P.P. Pasolini che la definì “un grande Manifesto del liberalismo italiano”, stroncando invece il mio libro per il suo povero linguaggio parlato e per il mio essere comunque piccolo borghese.
Troverete poi le tracce di diversi momenti del mio rapporto con Pannella nel mio breve scritto introduttivo nel libro di Massimo Lensi di cui pubblichiamo qualche pagina su questo numero di Re Nudo insieme al prezioso contributo di Francesco Pullia sulla figura del leader radicale.
 

Sanatano Mauro Rostagno

Mauro Rostagno lo incontrai per la prima volta nel ‘68 all’inizio del Movimento Studentesco. Veniva dal Movimento Universitario di Trento, per la prima volta a Milano, a gettare le basi di quella che sarebbe diventata “Lotta Continua”. Venne a parlare all’Università Statale e ne rimasi affascinato per quello che disse ma soprattutto per il coraggio nello sfidare, lui libertario e dissacratore, una assemblea stalinista e pregiudizialmente ostile. Avemmo un breve scambio di parole dopo l’assemblea. Fu amore a prima vista e rimase sempre una fratellanza di cuore la nostra, ben sintetizzata dalla dedica che mi fece al suo libro Crack qualcosa si è rotto “a Majid con le solite palpitazioni (arf!!! cuoricino) firmato Sanatano. Come anche nello stesso libro alcune righe in cui diceva: “Quando vedevo Andrea mi batteva il cuore, davvero. E quando vedo Majid mi batte il cuore, davvero”.

Per me era lo stesso, quando lo incontravo sentivo un trasporto di cuore. Questo non toglie nulla al comune sentire che da subito ci fece vibrare insieme riguardo ad una altra cultura della vita. E’ come se inconsciamente io sentissi in lui vivere la mia dimensione politica e lui vivesse in me la sua dimensione controculturale. Questo per tutto il primo decennio corrispondente al periodo suo di Lotta Continua e mio del primo Re Nudo. E quanti guai passò Mauro dentro L.C. per questa nostra fratellanza! Il culmine fu quando scrisse su Re Nudo un articolo in favore della legalizzazione delle droghe leggere. L’ala dura di Lotta Continua ne fece un caso. Anche se ricordo una sera al mare di Terrasini quando lui venne mandato in Sicilia come responsabile di L.C. in cui mi disse “Sai, ci sono anche tanti renudisti tra di noi…” Nel 1977 io divenni sannyasin e lui un po’ indiano metropolitano fino a quando durante una festa a Milano a casa di un amico comune ci incontrammo, io appena tornato da Poona vestito d’arancio mi guardò negli occhi chiedendomi serio” Ma Bhagwan è dio?” E io risposi con una gran risata “Ma certo che sì. E poco dopo andò a Poona con Chicca e la loro piccola Maddalena restandoci un bel po’.

Curiosamente poi nella sua fase arancione lo frequentai molto meno anche se fu determinante nella nascita di Vivek, il primo grande centro di meditazione a Milano. Infatti fu lui, che aveva dato vita con altri ex di Lotta Continua ad un grande centro sociale antelitteram che chiamarono Macondo, che mi propose di rilevare il posto ormai in chiusura per farne un Centro di Osho. Senza questo passaggio di consegne non sarebbe nato Vivek un centro di meditazione ma anche locale di ritrovo con ristorante e discoteca e dove la sera nella grande sala da tè con musica dal vivo venivano anche tanti amici, artisti, personaggi della cultura milanese un po’ curiosi del clima che si viveva. Ricordo una sera al tavolo con Giorgio Gaber. Si guarda in giro e mi dice “Certo che voi con la scusa della celebrazione vi divertite sempre!”. Poi tre anni dopo andai in Toscana in quel Centro di Osho che poi sarebbe diventato Miasto e Sanatano andò in Sicilia per dare vita a Saman, prima comunità sannyasin e poi comunità di recupero.

E per qualche anno non ci siamo più visti a parte una mia breve visita di qualche giorno a Saman ancora quando era una comune di Osho.. Lunghi anni senza sentirci, poi tornai a trovarlo con l’occasione di un manifesto antiproibizionista sulla droga che stavo promuovendo coi radicali. Fu un mese prima della sua morte. Avevo fortissimo il desiderio di reincontrarlo, di passare del tempo con lui. Lo sentii al telefono, era felice della chiamata. Lo trovai assetato nei confronti di Osho, mi chiese dell’Oregon, dei miei rapporti con l’Ashram. Per delle ore abbiamo parlato di tutto, mi presentò alcuni suoi collaboratori della televisione dove teneva il telegiornale antimafia e che erano membri della Comunità.
Era un po’ triste per l’ormai difficile rapporto con Francesco Cardella ma per me è stato assai bello ritrovare una comunione cuore a cuore col mio piccolo grande fratellino di tutta una vita. E sono grato all’esistenza che mi ha permesso reincontrarlo poco prima che venisse ucciso dalla mafia. Oggi per ritrovarlo posso soltanto guardare gli occhi attoniti ma identici ai suoi, della figlia Kusum Maddalena che Sanatano ha amato come non ho visto amare mai.
 

Giorgio Gaber

Il primo incontro con Gaber avvenne nel ’68 quando stavo per dare vita con alcuni studenti non schierati coi gruppi politici ad un giornale di controinformazione che si sarebbe chiamato “Gli studenti alla città”. Era un momento in cui gli studenti avevano solo volantini e i giornali ufficiali erano tutti contro il movimento. Inizialmente lo contattai per una richiesta di denaro a sostegno del progetto giornale, ma quasi subito si trasformò in amicizia. Giorgio all’epoca stava attraversando un momento di transizione. Non gli bastava più fare tv e giocare a poker. Incominciava ad avere una grande curiosità e poi interesse per questo mondo giovanile in rivolta soprattutto per gli aspetti esistenziali. E questa amicizia si consolidò per gli interessi comuni. ReNudo nel 1970 nacque proprio perché anche a noi c’interessavano gli aspetti esistenziali più che quelli politici, anche se per noi il personale era anche politico.

Dicevamo “I gruppi politici si occupano delle otto ore lavorative, noi ci occupiamo delle altre sedici”. E cioè: rapporti personali, sesso, conflitto tra generi, alimentazione, musica, comuni, e di lì a poco nel 1971 il primo festival pop a Ballabio, e poi Alpe del Vicerè, Zerbo e nel ’74 a Milano con i tre festival al parco Lambro ’74-75-76. Ma almeno per i primi cinque anni non fu una divisione dei compiti consensuale. Per i gruppi extraparlamentari noi eravamo piccolo borghesi drogati e noi mettevamo in crisi la loro militanza dura e ideologica. Quanti dei loro militanti poi venivano di nascosto ai nostri primi festival! Gaber rappresentò bene il conflitto tra personale e politico nella sinistra rivoluzionaria con la sua bellissima “Scusate se vi parlo di Maria” che portò anche al festival del 1975 al parco Lambro in un finale davanti a centomila persone che lo ascoltarono in assoluto silenzio. Giorgio ricordò poi, in più occasioni, questo, come uno dei momenti più intensi della sua vita artistica.

Una volta mi raccontò un episodio che per lui aveva segnato una differenza tra noi e il movimento politico del ’68. Quando fu sequestrata sua figlia Dalia a scopo di estorsione. Per me fu normale inviargli un telegramma di affettuosa vicinanza. Anni dopo mi confidò che tra tutti quelli dei movimenti politici che gli erano andati negli anni a chiedergli soldi per finanziare i loro gruppi, fui l’unico a manifestargli amicizia e solidarietà. E questo lo aveva colpito. Ma il rapporto con Giorgio Gaber si consolidò poi nel ’96 quando a casa sua, in Lucchesia, maturò l’idea di fare un giornale (Re Nudo aveva cessato le pubblicazioni nel 1980). Io ero diventato sannyasin nel 1977 e per rispetto nei confronto degli altri amici abbandonai subito la direzione della rivista rimanendo come collaboratore scrivendo solo della mia esperienza indiana. Questa mia storia aveva incuriosito Gaber nonostante il suo radicamento nella cultura e filosofia occidentale. Venne a sapere della mia svolta arancione quando tornato dal mio primo viaggio lo chiamai a Milano e sentii dire alla figlia Dalia che aveva risposto al telefono “Papà c’è Andrea al telefono che dev’essere impazzito, ha detto di chiamarsi Majid…”

E così a casa sua nacque l’idea di rifare ReNudo come incontro oriente-occidente.
A Gaber devo molto. E’ stato un mio punto di riferimento per decenni e mi sono sentito onorato quando ai suoi funerali Gad Lerner mi raccontò che in una intervista Giorgio gli disse che io per lui ero stato un punto di riferimento. Per me lo è stato sicuramente, Gaber mi manca a volte in modo struggente e spesso mi chiedo cosa avrebbe pensato o detto soprattutto rispetto la politica. Una volta, a casa sua a Milano, in una di quelle notti passate a condividere su tutto, mi chiese all’improvviso “Ma noi come ci definiamo politicamente?”. Fui colto di sorpresa per quel noi (Gaber non diceva mai noi) ma anche per la domanda in sè. Mi venne da dire laico, liberale, libertario.

Non ricordo esattamente come commentò ma fu d’accordo. Certo si parla di tanti anni fa, oggi forse sarebbe diverso ma quello che sono certo rimarrebbe più che attuale è il concetto di non appartenenza ad un Partito o ad una ideologia che ben sintetizzo in uno dei suoi ultimi testi “Destra sinistra”. Lui pensava che si può essere d’accordo, si può condividere su singole questioni ma mai fare parte per partito preso, come pregiudiziale. Un concetto simile che poi ho ritrovato espresso in Osho alla massima potenza: essere nel mondo senza farne parte.
A proposito, qualcuno avrà pensato come mai non raccontare anche il mio incontro con Osho che è stato il più significativo e importante incontro che ha aperto la mia vita. Perchè è stato talmente grande e straordinario che ne ho scritto dei libri e vi rimando a quelli: Alla ricerca del d/io perduto, Operazione Socrate, Politica e Zen rieditato poi con il titolo Lo zen e la manutenzione della politica e che verrà ripubblicato da un nuovo editore nel 2017 col titolo Un nuovo Manifesto. Per me è il libro più importante in assoluto perché mi è stato commissionato direttamente da Osho.