La prassi della luce di Ercole

di Giovanna Canzano

Il libro di Giovanni Luigi Manco sulla figura più popolare e amata nel mondo classico è un’occasione formidabile per riscoprire il valore simbolico, salvifico delle dodici fatiche, molto più profondo di quanto si potrebbe supporre. Insospettabili quanto sorprendenti i parallelismi svelati tra Ercole, Siddharta e Gesù.

Siddharta, nelle sue prime rappresentazioni, a ridosso delle influenze ellenistiche nel Gandhara, è affiancato da Ercole, identificato dai sapienti monaci del dharma con il buddha primordiale Vairapani, espressione della potenza di tutti i buddha, nonché loro protettore. Ercole significa “gloria di Era (della Vita)”, emancipazione alla pienezza del vivere; nella cultura classica non è che la metafora del risveglio, il mito che anticipa il “discorso” di Siddharta, mezzo millennio prima dell’era cristiana, e di Socrate ne “Le Nuvole” di Aristofane – la più antica testimonianza sul filosofo ellenico. Entrambi invitano ad esperimentare la meditazione per evadere dalla caverna platonica che imprigiona nelle fantastiche traduzioni sensoriali del reale.

Gesù potrebbe essere una figura elaborata da scaltri politici romani, alla fine del primo secolo ( Carsten Peter Thiede, “Gesù mito o realtà?” Elledici , pag. 7 Edizioni Leumann 2005 / “Nascita dei vangeli sinottici”  Jean Carmignac pag. 39) per sostituire all’atteso Messia guerriero, che teneva le sette ebraiche in costante insurrezione, con il Messia pacifico del “volgere l’altra guancia” e del “dare a Cesare quel che è di Cesare” (pagare le tasse). Farebbero sospettare questo le inequivocabili concordanze, rilevate dal filologo Friedrich Pfister, tra la versione cinico-stoica di Ercole, diffusa proprio in quei tempi in Siria, Ellade, valle del Reno,  Roma e il racconto evangelico di Gesù.

Anfitrione, padre umano di Ercole, rispetta la verginità della moglie fino alla divina concezione, proprio come Giuseppe con Maria. La coppia mitica migra da Micene a Tebe, la coppia evangelica da Nazareth a Betlemme. Eracle non viene messo al mondo nel luogo di residenza dei genitori, Micene, ma a Tebe, proprio come Gesù non viene messo al mondo a Nazareth ma a Betlemme.

Gesù è perseguitato come Eracle fin dai primi mesi di vita e muore pronunciando le identiche parole: «È compiuto». Eracle viene chiamato «l’Argivo» per il luogo d’origine del padre, Gesù viene chiamato «il Nazareno» per il luogo d’origine di Giuseppe. Come Era perseguita Eracle, avendo saputo da Zeus che diverrà re, così Erode perseguita Gesù, avendo saputo dai Magi che diverrà re.

Eracle è esposto e poi ripreso per i timori della madre; Gesù è portato in Egitto e infine a casa per i timori dei genitori. Ercole prima di assolvere il compito assegnatogli attraversa come Gesù una parentesi di solitudine. Sia Ercole che Gesù, cadono in tentazioni, ad ambedue vengono mostrati dalla cima di una montagna i possedimenti del re e del tiranno.

Ambedue obbediscono agli ordini del padre celeste. La missione di Ercole è profferita dalla Pizia, quella di Gesù dal Battista. L’uno e l’altro lasciano il padre e la madre per dedicarsi interamente al compito salvifico, costellato da sofferenze. Ercole cammina sulle acque, ascende in cielo, viene chiamato salvatore, redentore e benefattore dell’umanità, esattamente come Gesù.

Alla morte di Ercole tutta la terra trema e il cielo si fa nero, proprio come alla morte di Gesù (Jh. 19, 30). Gesù ed Eracle risorgono dalla morte ed ascendono in cielo per sedere alla destra del Padre (cogliere il premio delle fatiche). I responsabili del loro martirio si danno morte violenta. Come in Ercole anche in Gesù l’impresa più grande è il superamento della morte.

Ercole, invocato quale sublime modello etico e salvifico, intermediario tra gli uomini e Dio, fin dal V secolo prima dell’era volgare, è indicato, nelle tragedie di Seneca,  Hercules Oetaeus, il grande Benefattore, il Pacificatore dell’umanità intera, Redentore e Salvatore del mondo, autentico Figlio di Dio. Egli reca la salvezza persino nel mondo sotterraneo: «L’orrida morte è spezzata; Tu hai vinto il Regno della Morte».

Al padre celeste raccomanda morendo il proprio spirito: «Accogli, ti prego, il mio spirito fra gli astri… Ecco, il Padre mi chiama e apre il cielo. Vengo, Padre mio, vengo». Quasi una trasposizione il brano evangelico di Luca: «Allora Gesù gridò: “Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio” (Lc. 23, 46).

Ancora più sorprendenti le corrispondenze fra la religione di Eracle e il Vangelo di Giovanni, il più recente dei vangeli canonici. Nei tre Vangeli più antichi il discepolo prediletto e la madre non sono ai piedi della croce ma osservano «da lontano». In Luca leggiamo: «Tutti (!) i suoi conoscenti stavano lontani» 6. In aperto contrasto con questo racconto, nel Vangelo di Giovanni il discepolo prediletto e la madre di Gesù si trovano sotto la croce, come alla morte di Ercole sono presenti la madre e il discepolo prediletto Hyllos! (Friedrih Pfister)

Ercole ascendendo in cielo dicendo alla madre: «…non piangere, o madre … ormai, io vado in cielo»; Gesù dice parimenti: «Donna, perché piangi? … Io ritorno dal Padre mio» (Jh. 20, 15 sgg.).
Persino le parole dei devoti di Gesù: «Perché Dio non ha inviato il figlio per giudicare il mondo, bensì affinché sia salvato per opera sua» (Scheider, Geistesgeschichte 1, 142) ricalcano quelle dei devoti di Ercole: «Perché il Logos è qui non per nuocere o per punire, ma per salvare».

Già Hölderlin aveva intuita questa riproposizione definendo Gesù «fratello di Ercole» Una creazione politica che, proprio per la sua puntuale costruzione sulla storia del popolare della salvezza, si ritorcerà come un boomerang nella terra dei suoi ideatori.

 

Ercole – Il Buddha mitologico
di Giovanni Luigi Manco

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