Osho – Ricercare il sè

Che cosa vuol dire ricercare il sé?
Vedervi mi rallegra immensamente. Vi siete riuniti in questo luogo solitario per realizzare il divino, per trovare il vero, per conoscere il vostro sé. Ma posso farvi una domanda? Ciò che cercate è forse separato dai voi? Potete cercare qualcuno che è andato lontano, ma come potrete mai cercare ciò che è il vostro stesso sé? Il vostro sé non può essere cercato, nel modo in cui si ricerca ogni altra cosa, perché in questo caso non esiste differenza alcuna tra ciò che è cercato e colui che cerca. Potete ricercare il mondo intero, all’esterno, ma non potrete mai ricercare il vostro, sé.

Quanti escono all’esterno, alla ricerca del proprio sé, non fanno che allontanarsi sempre di più dal proprio sé. 
È fondamentale comprendere pienamente questo fatto. Solo allora sarà possibile la ricerca. Se volete le cose materiali di questo mondo, le dovrete cercare fuori da voi, all’esterno, ma se volete trovare il vostro sé dovrete raccogliervi in voi stessi, liberarvi da ogni increspatura, da ogni agitazione, abbandonare ogni ricerca. Ciò che siete realmente può solo essere visto in una calma assoluta e in un vuoto essenziale. Ricordate: una ricerca è anche eccitazione, tensione, è anche desiderio e passione.

Ma l’anima non può essere realizzata attraverso la passione, questa è la difficoltà. La passione indica il desiderio di diventare qualcuno o di conseguire qualcosa, mentre l’anima esiste già all’interno dell’essere. L’anima è ciò che io sono, in quanto sono! La passione e l’anima si trovano in due direzioni opposte: sono dimensioni opposte. Pertanto si deve comprendere profondamente che l’anima può essere realizzata, ma non può essere oggetto di desiderio. Rispetto all’anima non può sussistere alcun desiderio in quanto tale. Tutti i desideri appartengono al mondo, l’assenza di desiderio è spirituale.(…) Ogni passione è ignoranza ed è una schiavitù.Io non vi chiedo di desiderare l’anima. Vi chiedo solo di comprendere la natura del desiderio. La comprensione della passione libera dalla passione stessa, perché ne rivela la natura dolorosa. La conoscenza del dolore, della sofferenza è libertà dal dolore, libertà dalla sofferenza. Nessuno, allorché comprende il dolore, lo può volere. E allorché non esiste più alcun desiderio, allorché la mente non è più disturbata dalla passione, né ricerca alcunché, in quel preciso istante, in quel momento di quiete e di tranquillità, ecco che si sperimenta il proprio essere autentico, reale: allorché la passione scompare, l’anima si manifesta.(…) Il samadhi è il risultato di shunya e di chaitanya, del vuoto e della consapevolezza. La mente dev’essere vuota ma profondamente attenta, e in quello stato di quiete si apre la porta del vero. Il vero si realizza solo tramite il vuoto e, di conseguenza, l’intera vita di un individuo viene trasformata.(…)

Il pensiero e la meditazione si muovono in direzioni diametralmente opposte. Il primo si muove verso l’esterno; il secondo verso l’interno. Il pensiero è la via per conoscere l’altro; la meditazione è la via per conoscere il sé.

Ma di solito il pensiero viene confuso con la meditazione. Si tratta di un errore molto grave e molto diffuso, contro il quale vorrei mettervi in guardia. Meditazione significa diventare assoluta inazione: la meditazione non è un’ azione ma uno stato dell’essere. È un essere immersi e immobili nel proprio sé. Quando non facciamo nulla diventiamo consapevoli di ciò che siamo; purtroppo noi siamo costantemente intenti a fare le cose più diverse, per cui non ci conosciamo: non ci ricordiamo neppure che esistiamo.(…)
Seguite la distinzione che faccio tra pensiero e meditazione? L’osservazione è presente in entrambi i casi, ma nel primo caso è un atto oggettivo, nel secondo è soggettivo.(…)

Tutto, nel regno della nostra esperienza, muta; ogni cosa è un flusso. L’osservare, il puro e semplice osservare è sempre presente. Solo colui che osserva è il testimone di tutto questo mutare, di tutta questa fluidità. Conoscere questo imperituro ed eterno veggente significa conoscere il proprio sé. Tutto il resto ci è alieno, è altro da noi. Tutto il resto è samsara, è il mondo. 

(…) Quando osserviamo ma nulla viene visto, quando sappiamo ma nulla viene conosciuto, in questa consapevolezza priva di qualsiasi contenuto, si conosce colui che tutto conosce. Allorché non esiste alcun oggetto che possa essere visto, il velo di fronte a colui che vede cade; e allorché non esiste alcun oggetto da conoscere, il sapere diviene consapevole di se stesso. Quando non ci sono onde, possiamo vedere l’oceano; quando non ci sono nuvole, possiamo vedere l’azzurro del cielo. Questo oceano e questo cielo sono presenti in ognuno di noi e se desideri conoscere questo cielo, questa dimensione, puoi farlo: esiste un sentiero che ci conduce ed è presente in tutti, è a portata di mano di chiunque lo voglia percorrere. Inoltre, ognuno di noi sa come fare a percorrere questo sentiero; ma lo sa percorrere in una sola direzione. Ma una strada non può condurre solo in una direzione. Non avete mai pensato a questa semplice evidenza? È inevitabile che una strada porti in due direzioni, contrapposte tra di loro, altrimenti non è una strada: non potrebbe esistere!(…)

La strada che porta nel samsara, nel mondo, è la stessa che porta al sé; cambia solo la direzione. Ciò che è stato per un tempo lunghissimo di fronte a voi, ora sarà alle vostre spalle, ora voi dovrete mettere a fuoco ciò che è stato finora alle vostre spalle. La strada è la stessa, dobbiamo semplicemente voltarci, fare un’inversione di rotta: dobbiamo girare le spalle a ciò che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi, e confrontarci con ciò che è sempre stato alle nostre spalle.

Per favore, chiedetevi dov’è rivolto il vostro sguardo in questo momento: cosa state vedendo?
In quale direzione è orientato il flusso della vostra visione, la corrente della vostra consapevolezza? Sperimentate questa coscienza, osservate ciò su cui siete focalizzati. Scoprirete che quel flusso è orientato all’esterno: tutti i vostri pensieri sono relativi al mondo esterno. Voi pensate in continuazione alle cose del mondo, a oggetti esterni a voi.(…) Dobbiamo spostare la nostra attenzione dai pensieri all’assenza di pensieri: questo spostamento di rotta è in sé rivoluzionario. Ma come lo si può compiere?

Prima di tutto, dobbiamo sapere come sono nati i pensieri, solo allora potremo impedire che essi insorgano ancora. Di solito, i cosiddetti ricercatori del vero iniziano reprimendo i pensieri, prima di aver compreso come si originano. Qualcuna di queste persone potrà impazzire nel compiere questo sforzo, di certo nessuno si è mai liberato dai pensieri operando così. La repressione dei pensieri non serve, perché a ogni istante ne insorgono di nuovi.(…) Il problema non è la morte di un pensiero ma la sua immediata rinascita: questo è il vero problema. Ecco perché non vi chiedo di uccidere i vostri pensieri: voglio che voi comprendiate il processo che li genera e poi come potete liberarvi da questo meccanismo.(…) Noi tutti sappiamo che la mente è volubile, ma cosa significa? Vuol semplicemente dire che nessun pensiero dura a lungo; nasce e scompare. Se riusciamo ad arrestarne la nascita, ci salveremo dalla violenza che l’ucciderli comporta: moriranno da soli!

Come ha origine un pensiero? La concezione e la nascita di un pensiero sono frutto della nostra reazione al mondo esterno. All’esterno esiste un mondo di eventi e di oggetti e il nostro reagire a questo mondo è la sola cosa responsabile della nascita dei pensieri.
Guardo un fiore. Guardarlo non è pensare, e se io continuerò a guardare quel fiore non nascerà alcun pensiero. Ma se, guardando quel fiore, subito dico: “Questo fiore è bellissimo”, ecco che è nato un pensiero. Se invece continuo a osservare il fiore, sperimenterò e godrò la sua bellezza, senza però che un solo pensiero prenda forma. Questa reazione, questa abitudine a esprimere l’esperienza in parole, soffoca l’esperienza, vela la visione, la realizzazione, con una patina di pensieri. L’esperienza è soffocata, la visione è oscurata, restano solo delle parole che fluttuano nella mente: quelle parole sono i nostri pensieri.

E quei pensieri hanno vita, brevissima quindi, prima che un pensiero muoia, noi trasformiamo in pensieri un’altra esperienza; questo processo prosegue per tutta la vita, e noi siamo così ricolmi di parole, così travolti dalla loro presenza, che ci perdiamo in loro completamente. Abbandonare questa abitudine ad avvolgere la nostra visione e la nostra esperienza con le parole porta a controllare la nascita dei pensieri. Io vi guardo, e se continuo a guardarvi senza esprimere questa visione in parole, cosa accadrà? Così come siete ora, non potete neppure immaginare ciò che accadrà: avverrà un’incredibile rivoluzione, che non ha eguali nella storia.

Le parole si mettono di mezzo e impediscono l’avvento di quella rivoluzione: la nascita dei pensieri ha sempre ostacolato l’avvento di quella rivoluzione… se io continuo a guardarvi senza dare alcuna forma verbale a ciò che vedo; se mi limito semplicemente a osservarvi, vedrò che in questo processo di osservazione su di me scenderà una grazia squisita e divina, e tutt’intorno si diffonderà una qualità di vuoto, di annullamento. In questo vuoto, in questa assenza di parole, la direzione della consapevolezza compie una svolta nuova e a quel punto io non vedo solo voi ma anche colui che osserva noi tutti: anch’egli, pian piano inizia ad affiorare. Sull’orizzonte della nostra consapevolezza si ha un nuovo risveglio, come se ci risvegliassimo da un sogno, e le nostre menti vengono colmate da una pura luce e da una pace infinita.

Pubblicato nel numero 105
Tratto da: Osho / Il Sentiero verso la luce