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RINASCE RE NUDO NUOVA SERIE
E' l'estate del 1996, esce il numero zero del nuovo Re Nudo. Decisivo per la rinascita di Re Nudo un incontro avvenuto circa un anno prima nella villa in Lucchesia tra Giorgio Gaber e Majid Valcarenghi. Cosi ricorda Majid quell'incontro “Dopo tanti anni in cui incontravo amici, conoscenti, vecchi lettori del vecchio Re Nudo che mi dicevano: dai rifacciamo Re Nudo!, come presi da un desiderio nostalgico di ritornare ai vent'anni, per la prima volta accadde qualcosa di nuovo e diverso. Fu con Gaber. Ero andato a trovarlo in Lucchesia, nella sua “ Padula”, come facevo spesso d'estate, ma quella volta non si parlò solo dei suoi spettacoli, di politica, del mio percorso indiano. Quella volta ricordo questo dialogo. Gaber mi disse: “Ci vorrebbe un contenitore, uno spazio, un luogo dove potersi esprimere direttamente senza mediazioni. Parlare tra di noi e parlare con la gente”. Io dissi: “un giornale...” E lui: “si, un giornale”. E io con forza: “si, anch'io sento l'esigenza di nuovo di fare un giornale, quello può essere uno spazio di confronto, di incontro, di scontro”. Mentre dicevamo queste cose l'energia tra di noi saliva come in un crescendo, si andava nei dettagli. Poi quando chiesi: “e il nome?” e lui disse: “Re Nudo?” per la prima volta sentii un si dentro forte e chiaro. Non c'era infatti nulla di nostalgico in quel momento come era capitato invece tante volte quando amici nel corso degli anni mi dicevano: “dai rifacciamo Re Nudo..”. Eravamo partiti dal sentire un'esigenza comune netta, di un giornale che oggi desse spazio e voce a quello che qui e ora sentivamo nel nostro percorso. E allora aveva senso riprendere la testata Re Nudo, perché oggi come allora sentivo l'esigenza di un ambito dove esprimersi. C'era cioè quello stesso bisogno esistenziale. Io, che avevo abbandonato la scrittura poco dopo l'incontro con Osho, perché sentivo l'esigenza di una maggiore totalità nel percorso esistenziale, ero ormai cosciente che, prima con Liberation Times poi con la collaborazione a Cuore, era tornata progressivamente viva l'esigenza di una forma di comunicazione più ampia. Quell'incontro con Giorgio, fu quindi come una sorta di spinta decisiva a fare un salto per un impegno molto più grande. Ecco il testo che Gaber scrisse per il primo numero del nuovo Re Nudo, seguito di un testo “Aforismi” scritto con Luporini.
CON PASSIONE E RIGORE
Leggo: “Di tutte le parole scritte inutilmente dovrete rispondere il giorno del giudizio”. Siamo subissati, travolti, inondati dalle parole. Tutti parlano di tutto, tutti intervengono su qualsiasi argomento senza alcun pudore. E' irresistibile: non importa quel che si dice. L'importante è parlare per imporre la propria presenza, per attirare l'attenzione, per emergere da un doloroso anonimato. E se necessario alzare la voce fino ad urlare per sovrastare altre voci alla disperata ricerca di ascolto. E' il trionfo del luogo comune, della chiacchiera, del pettegolume, della banalità televisiva. E così, in modo irrimediabile, muore la conversazione, il desiderio di “convergere”, di contribuire all'approfondimento dei discorsi, di cercare di capire insieme agli altri quello che succede intorno e dentro di noi. Alla fine ciascuno si costruisce una visione del mondo rigida e schematica, perlopiù isterica, che preclude qualsiasi possibilità di reale confronto e annienta il pensiero. Anche la parola scritta, che per sua natura richiede riflessioni e approfondimenti maggiori, risente di questo stato di cose. I giornali, infatti, per paura di essere schiacciati dallo strapotere della parola televisiva, si adeguano alla logica dei caratteri cubitali e dello “scoop” a tutti i costi. Poco importano l'attendibilità dell'informazione o l’onestà intellettuale dei giornalisti, ciò che conta è catturare con qualsiasi mezzo l'attenzione dei lettori senza mai deludere le aspettative economiche e politiche del proprio editore. Mi sento solo. Trovo sempre meno persone con cui parlare e non leggo più i giornali. Mi sembra quasi impossibile che da questo desolante contesto possa nascere qualcosa di diverso. Quale spazio può avere un gruppo di persone che senza alzare la voce desideri confrontare la propria visione delle cose pur partendo da esperienze e presupposti diversi? Forse un giornale. Un giornale che raccolga le voci di coloro che, con passione e rigore, desiderino realmente interrogarsi su se stessi e sul mondo. Ma attenzione: “Di tutte le parole scritte inutilmente dovrete rispondere il giorno del giudizio”. Giorgio Gaber
AFORISMI
L'uomo per emergere sarebbe capace di fare qualsiasi cosa. Solo che non basta più fare, bisogna strafare. Ormai è risaputo che tutti vorrebbero la prima pagina del New York Times, ma il modo non è più a misura d'uomo. Una volta se salvavi un bambino diventavi famoso. Oggi, se non ammazzi almeno la moglie, tre o quattro figli piccoli, una zia nevrotica e un nonno handicappato, non sei nessuno. I filosofi antichi si sono adoperati per rendere l'uomo più libero ad esprimere il suo pensiero. Grazie a loro, nella nostra epoca, la libertà è assai maggiore. Infatti se Gesù Cristo venisse da noi oggi, quasi certamente non sarebbe crocefisso. O morirebbe sconosciuto, o sarebbe invitato a un talk-show televisivo. Non darebbe più fastidio a nessuno. L'agonia della cultura borghese crea un vuoto nel doloroso annaspare delle coscienze. E' necessario colmarlo al più presto, questo vuoto, con qualsiasi cosa, anche roba a buon mercato: rimasugli di fede, pezzetti di sociale, brandelli di antichi ideali, un briciolo di antirazzismo, qualche alberello qua e là. Ringraziamo la nostra cattiva coscienza che ci fa vivere il falso proprio come fosse vero. L'assenza totale di responsabilità cui stiamo assistendo sposta la vita in una dimensione più leggera. Non essendo più responsabili di niente siamo in pace con noi stessi. I nostri comportamenti sono sempre confortati da qualche inconfutabile giustificazione. E' come se Marx e Freud, i nostri più recenti apostoli, in tutte le loro critiche ai padroni e alle mamme ci avessero voluto dire: non è colpa vostra. Una delle ragioni della scomparsa del pensiero è che pensare non servepiù, né per il lavoro, né per la vita, né per avere successo con le donne. Oggi se in un posto qualunque c’è un uomo serio e preparato, e uno che ha partecipato come concorrente a un telequiz, del primo non gliene frega niente a nessuno, il secondo invece ha un certo alone di fascino e di potere e sicuramente maggiori possibilità di affermare il suo gene egoista. Cioè di scopare. Dentro a questo conformismo grigio e dilagante ci sono anche quelli cui si potrebbe attribuire una certa intelligenza. Ma la mediocrità che coltivano così lucidamente diventa per loro una specie di orgoglio intellettuale. La gran capacità di adeguarsi è il segreto del loro potere. E a forza di adeguarsi non si sa più se la loro sia un'intelligenza opportunista o un'idiozia conquistata a fatica. In un mondo così selettivo e severo per avere successo è necessario affrontare una vera e propria corsa ad ostacoli che richiede una certa abilità. E non è vero che bisogna essere cretini. L'intelligenza può esserci o non esserci, non è certo un impedimento. Però, se i nostri modelli sono i personaggi più popolari di oggi, allora forse è vero che per avere successo è meglio essere cretini. Il concetto di morale ha sempre posto l'uomo di fronte ad una contraddizione fra il proprio egoismo istintuale e una spiritualità lodevole e a volte ossessiva. Si sta invece diffondendo oggi una nuova morale che consiste nel prendere più che altro in considerazione i doveri degli altri... verso di noi. La novità di questa teoria è che diventa fortemente morale tutto ciò che ci conviene. Praticamente un affare.
Gaber e Luporini (da Re Nudo N° 1 ottobre 1996)
SIAMO TUTTI POLLI DI ALLEVAMENTO
Lettera aperta di Majid (Andrea Valcarenghi) divenuto discepolo di Osho (Bhagwan Shree Rajneesh) dieci mesi prima. La lettera aperta insieme alla pubblicazione del testo del monologo di Gaber e Luporini uscì su Re Nudo N° 70 nel novembre 1978. L'“innamoramento” culturale tra Gaber e Valcarenghi sbocciato dopo il maggio/giugno 1976, si manifestò anche con una presenza assidua di Andrea Valcarenghi agli spettacoli di Gaber, replicati decine e decine di volte sia per Libertà Obbligatoria che per Polli d'allevamento. Questo fu il periodo in cui Gaber in un'intervista a Gad Lerner per “Il Corriere della sera” anni dopo, definì Andrea Valcarenghi un suo punto di riferimento. Curiosamente quel periodo così intenso di scambio coincise nel primo periodo del ‘78 con l'incontro a Poona di Andrea Valcarenghi con Osho e il suo diventare Majid in modo radicale e senza compromessi. Gaber in un paio di occasioni sorridendo ha ricordato come Andrea, tornando dal viaggio in India nel marzo del '77, lo cercò al telefono, semplicemente senza spiegare nulla disse a Dalia, la figlia di Gaber che aveva risposto: “Sono Majid, cercavo Giorgio”. E lei, coprendo la cornetta, disse a Gaber: “Papà, c’è Andrea al telefono che deve essere impazzito, dice di chiamarsi Majid”. Ecco il testo della lettera aperta di Majid Valcarenghi a Gaber.
Con mezzo milione di presenze registrate nella scorsa stagione, Giorgio Gaber col suo nuovo “Polli di allevamento” presenta un recital di rara violenza e durezza di espressione. La rabbia di Gaber colpisce senza addolcimenti i suoi interlocutori di sempre, anche loro vittime di nuove massificazioni. In “Polli di allevamento” gli attimi di dolcezza e di dubbio sono rari. Abbandonato il fioretto, Gaber ha paradossalmente impugnato il martello per picchiare con forza sui modi e le abitudini che hanno portato allo sfascio il movimento dei diversi, di chi stava fuori dal “Palazzo” per affermare che i modi del “Palazzo” sono entrati in noi. La massificazione, i nuovi conformismi dai mille volti sono lo spettro che inquina ogni scelta. Alla moda, il cancro del nostro secolo, non si può sfuggire. Qualsiasi scelta si faccia c’è il rischio di questo inquinamento. E anche chi non sceglie perché condizionato dalla paura della moda è ugualmente vittima di questo cancro. Lo spettacolo di Gaber è non solo un grido d'allarme, ma un bisturi impietoso che scava tra le ferite e le angosce nel nostro cervello e nel nostro cuore, riuscendo così a stimolare ancora, rara eccezione nel panorama teatrale italiano, un pubblico che applaude e fischia con uguale tensione emotiva.
Caro Giorgio, quando mi hai fatto ascoltare la chiusa del tuo nuovo recital “Quando è moda è moda”, è stato alla fine di lunghi discorsi e anche silenzi di questa estate milanese. Lo sai che mi è piaciuto subito, molto. Anche sentito poi, alla prova generale dello spettacolo e poi ancora a Bologna quando sono venuto a vederlo dal vivo. Tu, non ti sei stupito che mi sia piaciuto questo finale contro la moda. Io non mi sono stupito. Credo semplicemente perché entrambi siamo infastiditi dalle mode, forse tu sei più sensibile al fastidio delle mode nuove, io sono ugualmente infastidito anche dalle mode vecchie. Non fa differenza. Sai invece cosa mi ha stupito? Gli altri. Quelli che parlando con me del tuo spettacolo mi chiedevano o ammiccavano a questo finale come se fosse contro di me. Contro l'Oriente. Quelli che non hanno ancora capito quello che tu ed io andiamo da tempo dicendo e cioè che non importa tanto cosa si faccia ma come lo si fa. In piena moda “arancione” è nata una nuova moda. Parlare male degli arancioni. Per alcuni sarà “fico” andare a Poona ma per molti di più è molto più fico non andare a Poona. “Lì ci vanno tutti”!
Caro Giorgio, non se ne esce più. Forse a questa moda non hai pensato ancora: quella all'antica, ma che sempre si rinnova, la moda di essere contro tutto ciò che si muove. La moda di essere “contro” solo perché qualcosa di nuovo e che fa presa. Ricordi i blue jeans. Dicevano: è una moda. Vero. Però corrispondeva a un bisogno reale, quello di avere dei pantaloni che non si stirano mai e che durano di più degli altri nonostante l'uso e l'abuso. Moda è comprarne quattro paia, uno elegante, uno slavato, uno a zampa di elefante ecc. Ma il jeans, in sé, scommetto che ce l'hai anche tu. E così per il femminismo, i consultori, i santoni... Quando è moda è merda. Ma la persona non la cosa. Non è la cosa che fa moda, sono le persone. Quando dici “...E parlo molto male di prostitute e detenuti da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti...” credo che attraverso il paradosso arrivi a cogliere il centro di questo problema. Certo, quella sera tu mi hai detto: la moda consuma, trasforma. E io aggiungo deforma, trasfigura, corrode, mangia vivo come il cancro... Ma non mi hai detto che dietro la moda ci sono i bisogni su cui la moda s'innesta, si attacca, cresce e si moltiplica. Se non ci fossero i bisogni reali, non avrebbe probabilmente vita facile la moda. Per i jeans il bisogno reale era un modo più comodo e sportivo di vestirsi, per sostituire la giacca e la piega. Su questo bisogno reale industria, pubblicità, mass media hanno fatto sì che un prodotto povero per chi aveva pochi soldi, assumesse l'immagine di una scelta “chic” fino a far diventare di moda sembrare poveri e trasandati. Ma è certo che l'uso che noi abbiamo fatto dei jeans è diverso da chi è stato spinto dalla moda. Una riprova quindi del nostro “Non importa cosa ma importa come”. Così quando dici “Non sono più compagno” io ho sentito un'emozione fortissima perché anch'io tante volte ho sentito usare “alla moda” il termine compagno, usato come un titolo onorifico non diverso dall' Ing. o dal Rag. Tibiletti. Questo è il compagno Tibiletti. Mi veniva da dire scusa, compagno di chi? Nelle nuove generazioni affibbiare il titolo di compagno al primo che incontri è normale come dare del fascista o del qualunquista a chi rifiuta questa moda oscena. Perché è chiaro: o uno è compagno o fascista, o qualunquista. Non si scappa. E invece tu scappi e io scappo. E di te i più raffinati diranno: “Ho visto lo spettacolo di Gaber, sì adesso è di moda parlare male di tutto...” Ma tu sicuramente lo sai già, l'hai già messo in conto. Così come avrai già messo in conto le accuse dai difensori adesso di nuovo in moda degli operai a cui il discorso del come è ostico, scivola via e ti accuseranno di essere un nichilista.
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Sai Giorgio oggi tra gli intellettuali è di moda Nietzsche. Io vorrei dire: per fortuna. Perché se è vero che sono in tanti a riempirsi la bocca di Nietzsche per crogiolarsi nel fango della loro impotenza, c’è chi come te ne fa un uso dirompente, orgoglioso, ambiguo e provocatorio. Come Nietzsche appunto. E tu sei la prova vivente di come si possa rispondere a dei bisogni reali della gente senza castrarsi. Riporti con forza il discorso sull'uomo. La maturità, la consapevolezza dell'uomo, l'esperienza che fa crescere sono gli elementi che possono far si che anche le cose di moda possano essere vissute in modo diverso, positivo. Che stupida moda del resto andare a cercare le cose fuori moda. Andare a scoprire quello che è poco conosciuto e quello di cui si parla poco... questo insano fascino per gli ego sottili che amano trovare qualcosa o qualcuno tutto per loro sia esso un autore, un guru, un vestito. Poi quando diventa troppo “di moda” allora via, alla ricerca di qualcos'altro. E così via. Ma questo è proprio quell'atteggiamento che tiene troppo conto della superficie, degli aspetti formali di un fenomeno e troppo poco conto tiene invece degli aspetti sostanziali. Alcuni negli anni '50 dicevano che era di moda tra gli intellettuali essere marxisti. Non sarebbe meglio, volendo giudicare, limitare il giudizio ai marxisti di quegli anni e non invece a Carlo Marx e al suo pensiero? Come chi è andato in India... Non diamo la colpa a questo bellissimo paese pieno di emozioni grandi e grandi tristezze, andare in India può essere importante nonostante la moda, come tutto. Mi sto però accorgendo che non è a te che devo dire queste ultime cose ma ai tuoi numerosi estimatori che useranno ciò che dici per creare la moda dell'antimoda. Chiudo e ti scriverò per l'appunto dall'India...
Majid (da Re Nudo N.70 novembre 1978)
Gaber e i giornalisti
Mi fanno male le edicole. I giornali, le riviste con i loro inserti: un regalino, un opuscolo, una cassetta, un gioco di società, un cappuccino e una brioches. Mi fanno male quelli che comprano tutti i giornali. Non mi fa male la libertà` di stampa. Mi fa male la stampa. Mi fa male che qualcuno creda ancora che i giornalisti si occupino di informare la gente. I giornalisti, che vergogna! “L'etica professionale”, “il sacrosanto diritto all'informazione”. Cosa mettiamo oggi in prima pagina. Ma si, i morti della Bosnia. E' un po' che non ne parla nessuno! “Tutto, tutto così, mica scelgono le notizie più importanti, no, quelle che funzionano, che rendono di più...Certo, per le loro carriere, per i loro meschini tornaconto, i loro padroni, padroncini... Mi fanno male le loro facce presuntuose e spudorate. Mi fa male che possano scrivere liberamente e indisturbati tutte le stronzate che vogliono! E' questa libertà di stampa che mi fa vomitare.
Gaber e Luporini
Gaber e il potere
Mi fa male chi crede che ci sia ancora qualcuno che pensa agli altri. Mi fa male qualsiasi tipo di potere, quello conosciuto, ma anche quello sconosciuto, sotterraneo, che poi e` il vero potere. Mi fanno male le oscillazioni e i rovesci misteriosi dell'alta finanza. Più che male mi fanno paura, perché mi sento nel buio, non vedo le facce. Nessuno ne parla, nessuno sa niente: sono gli intoccabili. Personaggi misteriosi e oscuri che tirano le fila di un meccanismo invisibile, talmente al di sopra di noi da farci sentire legittimamente esclusi. E, lì, in chissà quali magici e ovattati saloni che a voce bassa e con modi raffinati si decidono le sorti del nostro mondo: dalle guerre di liberazione, ai grandi monopoli, dalle crisi economiche, alle cadute dei muri, ai massacri più efferati. Mi fa male quando mi portano il certificato elettorale. Mi fa male l'idea che il postino mi prenda in giro e sghignazzi alle mie spalle. Mi fa male la democrazia, questa democrazia che è l'unica che conosco. Mi fa male la prima repubblica, la seconda, la terza, la quarta. Mi fanno male i politici, più che altro tutti, sempre più viscidi, sempre più brutti. Mi fanno male gli imbecilli, i ruffiani. E come sono vicini a noi elettori, come ci ringraziano, come ci amano. Ma si, io vorrei anche dei bacini, dei morsi sul collo certo, per capire bene che lo sto prendendo nel culo.
Tutti, tutti, l'abbiamo sempre preso nel culo... da quelli di prima, da quelli di ora, da tutti quelli che fanno il mestiere della politica. E mi fa male che ci sia qualcuno che crede ancora che "loro" facciano qualcosa per noi, per le nostre famiglie, per il nostro futuro. No, non c'e` una scelta, neanche una, non c'e` una scelta politica che sia fatta pensando a cosa serve al Paese. No, solo quello che conviene al gruppo, al partito... Per contare di piu`, per avere piu` potere.. Certo, lo fanno solo per se stessi, per il loro schifosissimo interesse personale.
Tutti, tutti, nessuno escluso.
Farebbero qualsiasi cosa, venderebbero i colleghi, gli amici, i figli. Cambierebbero colore, nome, nazionalità, darebbero delle coltellate ai compagni di partito pur di fottergli il posto. Non c'è più niente che assomigli al coraggio, all'esilio, alla galera.
C'è solo l'egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il potere, il denaro, l'avidità più schifosa.
E voi credete ancora che contino le idee? Ma quali idee...
Gaber e Luporini
Da Liberation Times N° 63 gennaio 1995
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