“Vi parlo di una persona libera” Sanatano Mauro Rostagno

Il 20 marzo al Teatro Baretti di Torino è stata fatta la commemorazione di Sanatano – Mauro Rostagno organizzata dal Gruppo Abele di Don Ciotti. In occasione di questa serata sono state invitate la figlia Maddalena e la moglie Chicca Roveri. Riportiamo qui di seguito la lettera che ha inviato Chicca Roveri che ha ritenuto di non partecipare alla serata.

 “Finalmente l’assassinio di Sanatano, dopo 17 anni, ha trovato uno spiraglio di verità e una appartenenza, perché anche da morto è stato lasciato molto solo.”
“Vi parlerò di Mauro, di quello che ho conosciuto di lui vivendo con lui per 17 anni.È per me ancora doloroso parlare di lui, perché risento la sua voce, rivedo i suoi occhi, lo rivivo da vivo quando rideva, quando cantavamo abbracciati su una spiaggia in Calabria emozioni di Lucio Battisti, quando mi raccontava la guerra civile in Spagna, quando mangiava le sue adorate uova fritte e i ravanelli, e quando l’ho trovato sulla macchina, al buio e senza più voce, quando gli ho accarezzato i polpacci che a lui non piacevano per l’ultima volta, quando al cimitero l’ho guardato negli occhi per l’ultima volta.

Mauro era una persona libera, non è appartenuto a nessuno e la prova è ancora visibile nella poca attenzione che la stampa e i giornalisti, anche suoi ex amici, gli hanno dedicato e che ha segnato le indagini su di lui.
L’ho conosciuto a Milano, io avevo 20 anni, lui 28, lui aveva già vissuto l’esperienza di Trento che è stata sicuramente un’esperienza meravigliosa come lui disse nell’88 a Trento.
Io andavo a fare lavoro politico alla Pirelli e poi a Cinisello Balsamo, lui andava a Monza alla Philips.
I suoi tazebao, così si chiamavano i cartelloni che scrivevamo davanti alle fabbriche, erano i più belli di tutti e attiravano gli operai e le operaie, la sua intelligenza, creatività e ironia e capacità di coinvolgere le persone erano già la sua arma vincente.
A Milano soffriva un po’, gli stava un po’ stretto chi dirigeva, a lui piaceva andare ai concerti – ricordiamoci che rispetto alla droga lui era per liberalizzare lo spinello e chissà forse la sua lungimiranza avrebbe impedito la catastrofe che poi ha segnato molte molte persone. Quando morì Jimmy Endrixs scrisse un pezzo sul giornale e non tutti apprezzarono quella cosa. Era un po’ controcorrente.

Accettò quindi con gioia di andare in Sicilia.
Io meno, avevo 22 anni e avevamo deciso di fare un figlio, per l’esattezza Totò, Salvatore, perché lui si sentiva già siciliano, per fortuna nacque una femmina e dopo Concetta, scegliemmo Maddalena.
A Palermo coinvolse tutti con la sua carica umana, con la sua simpatia energia e capacità di lavorare, gli studenti, i quartieri, i proletari in divisa.
A casa nostra venivano tantissime persone, mi ricordo quando preparammo la polenta per 2 famiglie di un quartiere. Lì imparammo molte cose. Non mangiarono nulla.
Ci fu l’occupazione della cattedrale da parte dei senza casa, i panini in chiesa il cardinale Pappalardo, il sindaco Marchello, uno dei servi di Ciancimino.
Ci furono i primi suoi incontri diretti con la mafia, coi morti ammazzati, noi abitavamo a Pallavicino, un paesino separato da Palermo dal parco della Favorita, al mattino andavamo al bar e si sentiva oggi hanno trovato 2 morti ammazzati alla Favorita, i libri su Mauro De Mauro. Il primo incontro con la mafia.

Poi ci furono le elezioni e Mauro si trasferì a Roma perché era candidato in varie città.
Credo che lì Lotta Continua cominciò a finire e infatti avvenne così che si sciolse.
Fu un momento difficile per tanti e anche per Mauro.
Di nuovo a Milano. Collabora a un giornale, credo cane caldo si chiamasse, ci sono i ragazzi giovani, le loro difficoltà e i loro desideri e poi Macondo, un luogo d’incontro per chi ancora aveva voglia d’incontrarsi.
L’arresto, il carcere e poi il tardivo riconoscimento che quel luogo non era da chiudere
Ma ormai è fatta, è chiuso.
I militanti delle varie organizzazioni lo attaccano, celebre la frase:” Rostagno prima ci davi la linea ora ci dai la pasta o qualcosa di simile”.

Sono anni tristi, molto tristi, la morte di Moro, ricordo lo sgomento in quella manifestazione a Milano, lì siamo diventati grandi, quasi vecchi, siamo morti un po’ tutti.
C’è bisogno di cambiare, e le donne l’avevano detto da un po’, molti continuano, Mauro no.

C’è l’incontro con Bagwan, Poona, l’India.
Mauro lavora al chiono, reparto pulizie di questo ashram, fa il lavandaio, si mette gli stivali e con una scopa gira e rigira pentoloni con l’acqua calda pieni di vestiti arancioni rosa e rossi.
Ci sono danze, incontri col maestro, gente di ogni razza, persone con storie le più diverse, il terapista inglese e il ragazzo di Napoli, l’attrice famosa e l’operaio licenziato. Lì purtroppo c’è anche Cardella, con cui Mauro è partito per Poona.
Mauro, dopo aver dato la pappa, si guarda dentro, lui leader di Trento, mette in crisi tutto.
Non pensate però ad una persona triste, perché Mauro non lo è, per lui ricominciare è vitale, il cambiamento non una sconfitta ma una crescita.
Intanto piace sempre molto alle donne e supera un suo problema: piace, piaceva da leader, ma anche da Stuvala, così si chiama il lavandaio a Poona.

Bagwan è molto irriverente e divertente, non vuole possederci dice e noi gli crediamo e infatti siamo sempre stati liberi da lui, anche se molto abbiamo imparato vivendo in India.
Mauro ha i capelli lunghi, al mattino gli faccio le treccine, l’olio nei capelli, ci si sveglia all’alba e si va a fare la dinamica e poi si ascolta il maestro.
Maddalena è con noi ovviamente e negli ultimi anni ha capito la nostra vita e ci ha perdonato per averle dato tutto il nostro amore, ma non una vita ordinata e tranquilla come forse deve avere una bambina.

Ovviamente Mauro non è compreso da molti, direi meglio quasi da nessuno, ma Mauro non cerca il consenso, non l’ha mai cercato, cerca se stesso, segue il suo cuore la sua vita  la sua intelligenza, nel senso del suo intuito sul senso della vita.

Da Poona in Italia, in Sicilia, nel baglio di Cardella.
La comunità arancione e poi la comunità per chi ha difficoltà a vivere.
Aprire un ombrello e vedere chi arriva.
Mauro si dedica alle piante e ai fiori intanto e anche questo gli riesce bene passa ore ad innaffiare a potare a coltivare, c’è ancora una bouganville che lui un giorno del 1981 ha preso, ha diviso in due e ha piantato da un’altra parte, l’ho vista a settembre dopo 25 anni è ancora bellissima.

Poi arrivano le persone, i primi sono i matti del manicomio di Trapani.
La sera si fa tutti insieme la cucina (non Cardella) musica a tutto volume, Mauro sta pulendo il fornello e Massimino (40 anni) appena uscito dal manicomio cerca di farsi Mauro, il tutto ridendo e senza mai scandalizzarsi e giudicare.
Mauro ride tanto tanto e quando è triste si mette nella sua camera e prepara le cassette con la musica per fare i gruppi. Le cassette….
A Saman si fanno i gruppi come a Poona, la risoterapia in Italia l’ha inventata Mauro, le emozioni, il non verbale, far tacere la radio interna, il rumore interno che non ci da tregua. Posa la mente. Riposala per un po’, lascia emergere altro.
Mauro legge, legge tutti i libri dei più importanti terapisti, gli piace molto, la sua intelligenza, che è tanta ma mai di tipo razional freddo (Mauro è molto femminile, in questo, piange e non se ne vergogna mai) si entusiasma di fronte alle esperienze di aiutare in modo diverso.

Vi ho voluto raccontare in poche parole la vita di Mauro per arrivare a dire che dopo tutte queste esperienze varie diverse ma tutte profonde e vissute intensamente, una persona già molto dotata di suo, non poteva che essere pronta a conquistare i trapanasi, sì persino i trapanasi, intesi non come razza inferiore ovviamente, ma come gente schiacciata e spaventata, disillusa e stanca.
Quando Mauro è morto, in comunità sono venute a vederlo donne di 60 70 anni che si presentavano dicendo: sono una telespettatrice di RTC.
Aveva svegliato anche i sassi (quelli che qualcuno sperava di aver reso sassi).

Mauro non apparteneva, come vedete, a nessuno.
Non è andato a lavorare in televisione, ma in una sconosciuta televisione di Trapani insieme ai suoi ragazzi perché la vita era per lui lavoro, impegno, persone vere con cui condividere tutto.
Credo che abbia visto e sentito e capito cose lavorando per poco più di un anno a Trapani di tanti altri giornalisti come Tartamella (quello che nel filmato si presenta come il suo sponsor) che non hanno visto sentito o voluto capire o dire in 40 anni di “onesto” servizio.
Forse sapeva di essere in pericolo, le minacce erano arrivate da aprile, ma la verità, il senso profondo della vita, più importanti di tutto.
Una persona meravigliosa!

Vengo alla difficile parte per cui non sono presente e me ne scuso con chi è qui presente.

Come saprete nel corso delle indagini sono stata accusata di favoreggiamento e arrestata dal magistrato di Trapani Garofalo. Era il luglio 1996.
Le indagini poi sono andate alla procura di Palermo al dottor Ingroia e sono stata archiviata.
Non ricordo bene neanche l’anno dell’archiviazione, e anche se Garofalo aveva capito mentre ancora ero in carcere che non centravo nulla – parentesi da ricordare: mi disse che ero in pericolo e di non sganciarmi dagli avvocati che avevo in comune con Cardella, mi avrebbe detto Garofalo stesso quando farlo parentesi chiusa – ma per farvi capire cosa ho vissuto – per anni sono stata formalmente indiziata.
Tutte le volte che sulla stampa si parla di casi di omicidi o infanticidi avvenuti tra familiari e compare qualche mostro, spero sempre per lui o lei che sia colpevole veramente, almeno c’è un senso nel clamore dei giornali e nel dolore che ti lasciano.
La mia archiviazione è stato un articolo in prima pagina sul Corriere della Sera.
Al momento dell’arresto hanno parlato di me tutti, da Bocca a Don Mazzi, e naturalmente come la moglie ladra e assassina, la classica peccatrice.
E certe cose rimangono nella testa della gente, un sospetto, ma allora qualcosa c’era……
Ma Garofalo non ha solo fatto male a me, ha anche fatto passare un’altra cosa più brutta nella mente della gente e cioè che Mauro Rostagno bo, chissà per cosa l’hanno ammazzato…. Ma… chissà…
Per questo non condivido la posizione della signora Carla Rostagno quando loda Garofalo come colui che ha ridato impulso all’indagine e quando sostiene come fa nel film, vagamente e non chiaramente, che invece poi è stato tutto sfaldato. Beata lei che sa le cose, e cioè cosa è stato poi omesso dalla magistratura di Palermo che ha di nuovo messo a tacere le cose.
Parlando col dottor Ingroia non ho avuto l’impressione di un insabbiatore.
Ma scopro settimana scorsa, dopo avervi detto che sarei intervenuta volentieri questa sera, che ancora nella famiglia della signora Carla io sono ancora quella che sa ma non dice, dopo essere stata sospettata anche di peggio, come mi ebbe a dire la signora Carla anni fa.
È per questa ennesima cattiveria che stasera non sono qui. Sono stanca e stufa.
Voglio difendermi da questo dolore, evitando il contatto fisico con la signora Carla e la sua famiglia e voglio dichiarare la mia distanza dalle opinioni della signora Carla. Io penso che Mauro è stato ucciso da un insieme di poteri ancora attuali, che ancora comandano. Penso che centra un carabiniere di cui Mauro si fidava, tra l’altro amico di Cardella, che ha eseguito la perquisizione la notte stessa della sua morte, alla presenza di un ragazzo della comunità malato di aids e un po’ border, (tutte cose che ho riferito con dovizia di questi ed altri particolari a Garofalo prima dell’arresto e dopo l’arresto perché prima non mi aveva creduto – parentesi quando mi hanno arrestato ho pensato che quel carabiniere non era stato contento dell’attacco).
Penso che gli assassini di Mauro se la stiano ridendo.

Lascio alla signora Carla raccontare la vita di suo fratello nel film di tale Castiglioni di cui aspetto con ansia il seguito dopo aver visto come ha trattato in questi giorni mia figlia Maddalena.
Non basta essere intelligenti o presumere di esserlo, senza umanità e rispetto non si crea niente di bello.
In particolare chi vuole ricordare una persona ammazzata non può sbeffeggiare la figlia che quando hanno ammazzato suo padre aveva 15 anni.
Mi tengo i miei 17 anni di vita con Mauro e continuo ad amarlo, amando Maddalena e il nipotino che non ha potuto conoscere. Aspettando con misurata fiducia che quelli che l’hanno ammazzato perdano potere.
Scusate il mio discorso, ma non sono panni sporchi da lavare in famiglia.

Alcuni stralci dell’intervista della figlia di Sanatano. Maddalena Rostagno, rilasciata alla rivista “Narcotraffico” in concomitanza della serata alla memoria, organizzata dal gruppo Abele.

Come hai vissuto la tua adolescenza senza tuo padre?
Sono stati anni durissimi.. Ho avuto una reazione di rifiuto per tutto, ho costretto mia madre a lasciare Trapani per Milano, dove avevo sempre desiderato vivere in una casa con i miei genitori.
Quello era il mio sogno, dopo anni passati in comunità con altre famiglie: una casa solo per noi.
Invece, la prima mattina che mi svegliai in quell’appartamento mi assalì un senso di angoscia, abituata com’ero a stare sempre insieme ad altre persone. Inizio a combinarne di tutti i colori, a farmi i tatuaggi, a tingermi i capelli con colori bizzarri, mi rifiutavo di andare a scuola, avevo reazioni violente.

Verso chi provavi tutta questa rabbia?
Proprio verso mio padre. Ero infuriata con lui, perché mi aveva lasciata, perché in nome dei suoi ideali mi aveva abbandonata: “Se aveva già ricevuto degli avvertimenti, perché non mollare tutto e pensare a me?” mi dicevo. Anche se credo che lui immaginasse quel momento come ancora lontano, visto che proprio in quel periodo mi portava spesso a lavorare con lui, voleva indirizzarmi al giornalismo. Quando morì, la prima cosa che feci fu correre in camera sua per cercare un messaggio per me, in cui mi dicesse quanto mi amava, o qualunque altra cosa, ma che fosse un biglietto per me. Invece non trovai nulla. Da quel giorno costringo mia madre a tenere una lettera per me, e io ho già scritto la mia per mio figlio. Poi mi rifiutai di andare al funerale, perché nel periodo “arancione” mi aveva insegnato che il funerale era una festa. Ero convinta che quello a mio padre non sarebbe piaciuto.

Qual è stato il periodo della tua vita in cui più ti è mancato?
Il giorno in cui ho fatto l’ecografia e mi hanno detto che mio figlio era un maschio: Mi madre mi ha abbracciato e mi ha detto: “Che bello, lo chiamiamo Mauro”, ma io non ho voluto, anche perché per me mio padre non è Mauro, ma Sanatano, il nome che gli avevano dato da “arancione”.
Quello, e ogni giorno da quello, è stato il momento più difficile. Mi è infatti sempre rimasta impressa una domanda che il giornalista Claudio Fava fece a mio padre: “Cosa vorrebbe dal suo futuro?” e lui rispose: “ Mi immagino in Sicilia con i capelli bianchi sotto una palma circondato dai nipotini”.

Qual è l’insegnamento più grande che ti ha lasciato?
Sicuramente la tolleranza, la mancanza di pregiudizio, la capacità di accettare gli altri. Io ho sempre invidiato molto i miei compagni di scuola, la loro normalità. La Sicilia degli anni 80 è stato un periodo difficilissimo, i miei compagni mi rifiutavano,ero emarginata, non potevo andare alle feste, perché io ero la figlia di quelli che “avevano portato i tossici”, ma anche perché avevano paura che fossi malata di Aids. E poi mi vergognavo quando mio padre, vestito a suo modo, veniva a prendermi, e gli chiedevo sempre di aspettarmi in una stradina secondaria perché quando arrivava tutti i miei compagni lo circondavano incuriositi e lo deridevano…
Le elementari sono state proprio dure, perché io avevo voglia di essere come gli altri bambini. Poi a Milano, dopo la sua morte, quando sono riuscita ad inserirmi a scuola (con enormi sacrifici di mia madre..), e si iniziava a parlare dei “froci e dei drogati”, ho capito che io avevo mille risorse in più, che il vivere in mille contesti strani mi aveva portato a sedici anni ad avere una visione del mondo diversa…
Continuavo ad invidiare i compagni di scuola perché avevano molte cose che io non avevo. Soprattutto cose materiali: la Milano di quegli anni era tremenda, per di più il liceo artistico, che era sì un liceo per alternativi ma alternativi ricchi… Ho avuto una crisi in cui volevo tutto, compravo mille cose (con mia madre disperata!) che poi non sapevo nemmeno come mettere, perché non sapevo acconciarmi… Poi invece ho iniziato a capire che l’insegnamento di mio padre era una risorsa enorme, che lui non aveva sacrificato me per una causa, ma che proprio attraverso il suo modo di vivere mi aveva insegnato tantissimo a livello umano.

 Hai già pensato a come racconterai di tuo padre a tuo figlio?
Ogni tanto ci penso. Il 26 settembre scorso sono andata a Valderice per l’anniversario. Ho portato mio figlio di due anni per la prima volta. Ero andata sempre da sola, quando il cimitero era chiuso, scavalcando il muretto: il rapporto con mio padre è sempre stato molto intimo, per questo non ho mai voluto parlare con i giornali, e l’ho fatto solo quando mia madre è stata arrestata, perché era l’unica cosa che potessi fare.

Per raccontare a Pietro di mio padre, mi piacerebbe che si arrivasse alla fine dell’inchiesta. Vorrei non dovergli raccontare tutto il marcio che c’è attorno… Nel frattempo glielo racconterò come una fiaba, con un eroe che per la giustizia ha messo a disposizione la sua vita.

Pensi di educare tuo figlio come tuo padre ha educato te?
Mi ispirerò a lui nei principi, ma non nelle modalità. Quando andammo a vivere in India avevo sei anni e mi disse: “ Scegli tu se andare a scuola o no”:. Naturalmente scelsi di no e passavo le giornate con una banda di cento bambini a Poona, un villaggio-comunità per “arancioni”, andando ai mercatini a vendere i conigli, a fumare… C’erano bambini da tutto il mondo, parlavamo un inglese nostro… è stata un’esperienza pazzesca. Tornata in Italia la scuola per me è sempre stata un trauma, mio padre, che aveva ricevuto un’educazione rigorosissima, dai salesiani, cercava di farmi capire che è l’istruzione ciò che rende liberi, un concetto bellissimo e in cui ora credo profondamente, ma quando si è bambini non lo si capisce, specie se questo ti viene detto quando hai dieci anni e fino ad allora si sono attraversati mille esperienze diverse in cui alla scuola non è mai stato dato peso.

A scuola bisogna essere abituati ad andare. Per mio figlio Pietro voglio questo: un po’ più di stabilità per lui e per me.