Da Zen e Politica, un nuovo manifesto

Accade a volte, seduti sotto un albero o in mezzo a un prato fiorito, sentirsi in intimo contatto con la natura. Occorre allora uno sforzo per ricordare che tutto ciò, nonostante la pace e la grazia che ci circonda, corre il rischio di essere annientato. Di fatto, poi, ogni cosa incontra la morte. In ogni istante questa vita è scandita da attimi di morte. In realtà, la grazia e la bellezza di questa vita non hanno discontinuità con la morte. In una danza che sembra eterna, vita e morte sono intrecciate, non divise, forse un tutt’uno. Il mistero di questa esistenza è ciò che, in alcuni momenti, nei momenti più silenziosi, si apre a noi senza svelarsi.

Ci comprende, piuttosto che essere reso da noi. Ci lascia con la meraviglia e la gratitudine, senza un grazie da dire a qualcuno, senza un dio che chiuda il cerchio del mistero. Una gratitudine che si apre sull’universo come una finestra da cui lasciar uscire ed entrare il respiro della stessa materia e dello spirito che ci circonda e che ci costituisce. Forse ogni morte è parte integrante di questa vita, non l’inizio di un’altra nell’aldilà, vita e morte sono parte di un unico processo, così come  il respiro che è espirazione e inspirazione. Senza l’una, l’altra non esiste. Questo è da milioni di anni il respiro del nostro pianeta. Ciò che è impensabile, ma che di fatto sta già accadendo, è che questo respiro corre il rischio di essere bruscamente arrestato.

Procede da milioni di e ora rischia di cessare per sempre: non più alberi, non più canti uccelli, non più fresche mattine. È l’uomo che sta asfissiando, soffocando, bombardando il pianeta e, insieme al pianeta, se stesso.  Come mai?

L’uomo è l’unico essere vivente che possa esprimere la sua forza e la sua potenza tramite il suicidio e la distruzione. È l’unico che abbia la possibilità di creare un danno così irrimediabile. Non ci sarà più storia a raccontarlo e nessuno che si interrogherà sul perché accadde. Ma, se questo è un segnale o un sintomo della potenza umana, ciò che ancora resta incomprensibile è come mai un essere così potente debba o abbia bisogno di dimostrare (a chi?) la propria potenza tramite la distruzione. Come un bambino capriccioso. Di fatto ciò che siamo abituati a chiamare uomo è frutto di una serie di condizionamenti. L’ego è una sovrastruttura illusoria che dalla sua intrinseca illusorietà trae un senso di insicurezza. L’illusorietà e l’insicurezza dell’ego è quello che provoca l’uomo alla difesa di valori “egoici”, fino all’aggressione: alla ricerca di una sicurezza che non gli appartiene.

Esiste in tutti gli esseri viventi una forma di intelligenza programmata per il loro tipo di vita: ogni specie conosce una forma “naturale” di armonia tra esistenza individuale ed esistenza collettiva, tra “vita” e “distruzione”. Solo l’uomo ha saputo separarsi da tale armonia. Un aspetto di tale separazione è lo sviluppo a oltranza di un’intelligenza analitica, che gli ha consentito di “concentrarsi” su frammenti della realtà. Una forma di intelligenza già presente in alcuni animali, ma particolarmente sviluppata nell’uomo. Ci sembra però che questo tipo di intelligenza “analitica”, funzionale alla soluzione di problemi pratici, non sia andata di pari passo con lo sviluppo di un’intelligenza di tipo “sintetico”, comprensiva del tutto, unificante.

Questo è il tipo di intelligenza che ci consente di sentire gratitudine guardando un albero e la danza delle foglie nel vento, questa l’intelligenza che si esprime in poesia. Questa l’intélligenza che ci porta a percepire come noi in quanto uomini, con le nostre potenzialità, la nostra forza e la nostra debolezza, siamo parte del tutto che ci circonda. Questa è l’intelligenza che ama, che sente l’unione. Se da un lato questa intelligenza è “improduttiva” (chi è mai vissuto di sola poesia e di solo amore?), dall’altro solo un uomo che ama è vivo. È solo in questa nuova dimensione che l’uomo non usa più il proprio potere e la propria potenzialità in modo distruttivo.

Ciò che accade in realtà all’essere umano è che viene educato a sviluppare la prima forma di intelligenza, quella “analitica”, “produttiva”, e non la seconda, quella più simbolica, intuitiva, comprensiva, unificante. Questo squilibrio sta portando l’umanità sull’orlo del suicidio.

Occorre creare modi, tempi e spazi in cui l’intelligenza intuitiva e unificante possa aprire le ali e colmare il disavanzo in cui è stata lasciata. Occorre dare a questa dimensione umana la possibilità di espandersi. Occorre fermarsi un attimo, assaporare il vuoto e i dubbi, sentire le non-risposte che abbiamo dentro, abbandonare le certezze e le identificazioni che ci hanno protetto.

Iniziare un viaggio io un mondo sconosciuto. Se l’uomo non si trovasse in una situazione di pericolo così estremo, non avrebbe neanche la necessità e l’opportunità di interrogarsi. Forse il dolore e la disperazione sono la molla energetica che ci può portare a lasciare il vecchio per il nuovo, che ci può far superare la paura fronte a ciò che non conosciamo. La crisi planetaria e la nostra adeguatezza a trovare soluzioni possono trasformarsi in una grande opportunità…

Forse l’umanità è sul punto di compiere un nuovo salto evolutivo. In cinese la parola Wei Ci, crisi, è formata da due ideogrammi. Il primo significa “pericolo” e il secondo “occasione di mutamento”. Esattamente a questo punto ci troviamo, in una crisi può divenire un’occasione di mutamento.

In questo manifesto vogliamo indicare, raccontare, condividere l’esperienza di chi, facendo della crisi un’occasione di mutamento, sta già cercando di aprire spazi all’altro tipo di intelligenza.

Non vogliamo indicare soluzioni che vadano bene per tutti, ma piuttosto stimolare il desiderio di ricerca, aprire spiragli su dimensioni nuove che ognuno esplorerà, se lo vuole, a modo proprio. Vogliamo invitare l’uomo a un viaggio verso un territorio inesplorato, al centro se stesso. Non abbiamo altro tempo che questo per conoscere e trasformare noi stessi, prima che noi stessi distruggiamo il pianeta. Come il bambino della favola di Andersen, che in mezzo alla folla plaudente grida: “Il re è nudo!”, abbiamo tutti il compito di vedere ed enunciare l’ovvio che la consuetudine ha reso invisibile. Dobbiamo imparare a guardare la realtà con occhi nuovi, liberi dai condizionamenti del passato, con l’innocenza del bambino e con la consapevolezza del saggio.

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