Transgender politicamente scorretta di Veet Sandeh

Non è stato e continua a non essere facile fare coincidere la ricerca dell’identità con la ricerca della verità. Fin da piccola ho sempre avuto la sensazione di non essere omologata allo status quo che mi veniva imposto dall’alto delle istituzioni come famiglia, religione e politica.

Posso dire che la mia vita è stata e continua ad essere da ribelle.

Finché non ho maturato che essere una ribelle era sinonimo d’individualità mi sono sentita inadeguata a vivere in questo mondo, come se tutte le responsabilità del mio essere non omologata mi facessero sentire sbagliata. Ho dovuto attraversare profonde valli e fitte foreste dove l’annullamento di me stessa era l’unica soluzione per uscire dalla profonda depressione, cercare nuovi percorsi per sfuggire alle abitudini e all’apatia indagando dentro me stessa e ricercando attraverso i miei lunghi viaggi in India delle risposte alla mia unicità.

Ho scalato montagne d’ingiustizie, pareti di rifiuto, sentieri inesplorati dove a ogni passo c’era il rischio di cadere in un dirupo, non nego che ci sono caduta qualche volta ma ho sempre trovato il modo di risalire e rimettermi in cammino.  Con stupore ho raggiunto alte vette dove potevo vedere la meraviglia dell’esistenza, ascoltare la voce del silenzio in un inimmaginabile dipinto di un tramonto, attimi dove io sparivo fondendomi con il tutto, e il più delle volte sentivo di non meritare tanta grazia.

I ricordi s’intrecciano e si accavallano in un impeto di verità, dove la mente vuole mettere chiarezza ma si ritrova ancora più ingarbugliata, perché ogni attimo di vita è la conseguenza di ciò che è stato e che non sempre coincide con la logica.

Iniziai la mia ribellione quando avevo nove anni, costruendomi una croce e rappresentando la passione di Cristo, atto che mi permise di trovare la forza per affermarmi con me stessa, premonizione di quello che sarebbe stata la mia vita? Di certo non sono andata molto lontano. L’anno prima Alessia, la mia compagna di banco di terza elementare era la bambina che volevo essere: i capelli sempre ben curati, vestitini da fare invidia alle migliori bambole sul mercato di allora, sempre pronta a rispondere alle domande della maestra, bella e solare.

Io ero tutto l’opposto: introverso, balbettavo e spesso venivo schernito con appellativi colorati come puppu, jaurrusu. Al ballo di carnevale Alessia arrivò con un vestitino stile 800, fiocchi giganti adornavano i suoi capelli e le sue movenze graziate furono l’apice della mia identificazione, diventai Alessia.

Alessia era nel mio cuore e sapevo che non potevo farla esprimere, ero consapevole che ero un mostro per gli altri, ero consapevole che rappresentavo per la società e per la religione il male. Nella mia famiglia per fortuna avevo la nonna materna che sosteneva e copriva tutte le mie “malefatte”: indossavo gli abiti e le parrucche alla Raffaella Carrà di mia madre, nel frattempo che facevo il chierichetto rubavo le ostie dal tabernacolo per fare la messa a casa a mia nonna, amavo recitare e scrivere poesie in siciliano, inventai una lingua per poter fare esprimere Alessia, la chiamai Isto inventando persino il Teorema di Borgò. Non so perché ho usato questi nomi non ho ancora indagato nei mie ricordi, ma so che furono condivisi con il mio amichetto invisibile.

L’altra faccia del mio esistere è stata la connessione con il mondo spirituale che si presentò da che ne ho memoria.  L’amichetto invisibile era l’unico amico che avevo in collegio, nei miei viaggi fuori dal corpo (cosa che accadeva spesso intorno ai sette anni) mi suggeriva di non avere paura e che quello che stavo vivendo era una benedizione di Dio.  Vivevo un conflitto forte per ciò che vivevo nel mondo e ciò che Dio mi donava. Questa dualità mi ha spinto sempre agli estremi, cercando attraverso gli eccessi di andare oltre ai miei concetti mentali, superando le paure e i limiti che mi si ponevano davanti.

Ma la società sa essere spietata e per esseri come me non fa sconti.

Crescere con tanti pregiudizi a carico non è un percorso semplice. Già alle scuole medie avevo trovato il modo per affrontare il bullismo becero: invece di fare la vittima mi armai di un cappellino da marinaio e gli scrissi sopra in rosso Brigate Rosse con tanto di stella a cinque punte. Ovviamente ne pagai le conseguenze con la sospensione e i ragazzi mi smontarono il motorino che parcheggiavo fuori dalla scuola e sul muro scrissero in lettere cubitali RICCHIONE COMUNISTA. Non sapevo nulla di politica ma compresi che ero identificata di sinistra.  Anni dopo invece scoprii di essere vicina all’anarchia ma anche questa mi stava stretta.

L’unica speranza di un mondo migliore per me furono due figure allora molto discusse: Renato Zero e Osho, allora sempre su tutti i settimanali. Lustrini ed eccessi rispecchiavano la mia sensibilità.

Sono fuggita dalla Sicilia a quindici anni dopo essere stata cacciata via con il fucile da casa alle undici di sera in un paesino sull’Etna, andai a cercare un padre che mi aveva sempre rifiutato, ho trovato ancora un rifiuto che continua ancora adesso. A diciotto anni decisi che era arrivato il momento di fare emergere Alessia, malgrado tutta la consapevolezza che questo significasse ero pronta ad affrontare un’ennesima prova con me stessa. Per non rimanere rilegata alla prostituzione mi ritrovai a fare il presidente del MIT Movimento Italiano Transessuali di Torino. Erano gli anni di lotta per il riconoscimento del cambio anagrafico dopo l’intervento, la legge 164 venne approvata nell’aprile 1982. Conobbi la prostituzione e la dipendenza da eroina, rapinata e violentata diverse volte, il carcere e la sua scuola di malavita in contatto con mafiosi e camorristi, mi stupii nel vedere il loro rispetto verso il mondo trans. Dicevano che ammiravano il nostro coraggio e di certo speravano in qualche sguardo ammiccante o qualche bacio rubato.

La prostituzione non era la mia via e uscita dal carcere cercai una comunità dove accettavano le trans, l’unica fu la Saman, fondata da Mauro Rostagno (Sanatano) in Sicilia ucciso dalla mafia nel’88 per le sue rivelazioni sul traffico d’armi e collisioni tra politici locali e mafia.

Avevo ventotto anni quando scopri le tecniche di meditazione attive di Osho e la terapia No Sense. Divenni Alessia e sondai le sue capacità, i suoi talenti e la sensibilità. Indagai nel mio animo femminile fino ad annullarmi, come spesso accade nelle donne, scambiando l’amare con il mendicare amore. Tutto ciò mi portò una nuova croce: l’HIV e di nuovo rifiuto e abbandono. Uscirne sembrava impossibile e nulla prometteva che qualcosa presto sarebbe cambiato.

L’innamoramento verso Osho non facilitava l’inizio della ricerca spirituale, negli anni 80 Osho aveva decretato la sua comune Zone Free AIDS ed io ne ero esclusa.  Testarda e sensibile al suo richiamo scrivo all’Osho ashram di Pune in India quando esco dalla Saman, nel1991, mi arriva il nuovo nome Veet Sandeh / Oltre i Dubbi, senza prefisso Ma o Sw (Ma pronome femminile e Sw pronome maschile). Un’altra premonizione di quello che sarebbe stato il mio futuro.  Da quel momento è stato un susseguirsi di esplosioni di creatività e impegno politico, attraverso l’attivismo trovai la chiave per occuparmi di me e di chi come me faticava a vivere. Presto mi accorsi che la politica è una corsa al potere e non ha nessun interesse per le persone, nemmeno la sinistra era immune, nel 1996 fondai lo sportello trans in CGIL Torino e realizzammo un seminario sulla transessualità. Ne venne a conoscenza la segreteria di Rifondazione Comunista che volle incontrarmi, sfortunatamente ascoltai ciò che non dovrebbero mai sentire le persone come me, a loro interessava quante tessere potevo portare al partito e non le problematiche delle persone trans. Mollai la politica e cominciai il mio impegno nella ricerca della verità. Andai in India e visto che non potevo andare a Pune da Osho cominciai a sedermi ai piedi dei vari maestri che incontravo lungo il cammino.

Tanti mi accolsero a braccia aperte e pochi mi rifiutarono per via della presenza dei sannyasin di Osho, la loro paura di stare vicino a una persona con HIV+ condizionava la loro decisione.

I maestri mi hanno insegnato ad amarmi per quella che sono, a essere vera anche quando le condizioni portano a nascondersi, di avere coraggio nello stare in ciò che si ha.

Molti mi hanno donato mille benedizioni ed esperienze indelebili nel mio cuore, mentre altri si sono limitati a passarmi delle tecniche. Sperimentai molte discipline olistiche e nel frattempo sperimentavo nella danza, nel teatro e nel cinema realizzando un docudrama dal titolo Metamorfosi – La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza.   Era il 2005 quando tornai alla Saman ma questa volta come terapeuta e per cinque anni girai tutta l’Italia nelle sedi della Comunità Terapeutica Saman ad insegnare tecniche di meditazione e a fare gruppi di musicodrama (tecnica creata da me dopo esperienze con la musicoterapia, gruppi encounter e arteterapia).

Poi arrivò la crisi e nel 2010 mi ritrovai senza un lavoro e mi rivolsi ancora una volta nel sociale donandomi con tutta me stessa, spesso rimettendoci di tasca mia, il denaro non è mai stato il focus della mia vita. Ho ideato la Trans Freedom March che si svolge il 20 novembre per la giornata del TDoR (Transgender Day of Remenbrance), il Divine Queer Film Festival in collaborazione con due amici Murat Cinar e Achille Schiavone. Dopo sei anni nella comunità GLBTQ+ ho realizzato che non sono tutte rose quelle che si vede, anche il favoloso mondo arcobaleno è intriso di fame di potere. Come ho imparato nel mondo spirituale a vomitare il veleno così l’ho vomitato in faccia al potere istituzionale del mondo GLBTQ+ torinese mandando a quel paese tutte quelle maschere di finto buonismo.

Da un anno ho fondato un’associazione: Sunderam Onlus – Identità Transgender Torino, l’associazione si occupa del benessere e della bellezza delle persone trans. E’ un’associazione di individui, non ci sono ideologie politiche né pensieri comuni, ognuno è libero di esprimersi come meglio sente. Non è stato e non è facile mantenere tanta libertà perché libertà è sinonimo di responsabilità e non tutti hanno il coraggio di viverla. Fortunatamente ho imparato a riconoscere queste energie ed eliminarle. So che è un compito arduo e la responsabilità è tanta ma voglio provarci ancora ad abbellire ciò che mi circonda, voglio lasciare questo mondo un po’ più bello di come l’ho trovato. Non più separando lo spirituale dal mondano ma trovando una sintesi come mi ha insegnato il percorso shamanico che ho intrapreso da qualche anno.

E’ bello svegliarsi al mattino, specchiarsi e non aver nessun rammarico.

Continuo la mia ricerca della verità attraverso le mie azioni consapevoli, oggi anche sui documenti sono Alessia ma non è un punto d’arrivo è l’inizio di un nuovo viaggio, ancora una volta sperimentare un nuovo cammino. Per la società ho dovuto lottare per avere un nome che si adeguasse alla mia immagine, ma so che non è quello che mi definisce, come non mi definisce la parola transgender, forse Queer è quella che mi si avvicina di più, come ho detto all’inizio non è facile far coincidere la ricerca dell’identità con la ricerca della verità.

Vorrei un mondo senza definizioni, senza paletti, senza confini.  Un mondo dove le persone non si relazionano per ciò che hai tra le gambe, senza pregiudizi perché dall’altra parte c’è un essere umano e non un sacco dove vomitare paure e rabbie represse.

Noi trans siamo state confinate nel mondo sommerso perché abbiamo rinunciato al potere maschile e il patriarcato ci ha dato solo la possibilità di esprimerci nel mondo della prostituzione. Oggi fortunatamente ci siamo conquistate con le unghie e con i denti piccoli spazi dove poterci valorizzare ed essere partecipi a questa nuova contro cultura dell’omologazione, che ha contaminato persino il femminismo, adesso si parla di transfemminismo.  E’ arrivato il momento che anche noi trans portiamo un contributo utile a rendere più bello questo mondo.