Editoriale di Majid Valcarenghi – Identità e Identificazione

Il tema centrale del processo di crescita dell’essere umano è la ricerca della propria identità. Un percorso di ricerca che corrisponde a quel koan “chi sono io?” del Maestro indiano Ramana Maharshi ripreso poi anche da Osho. Questo interrogativo ripetuto costantemente porta a scavare dentro di sé, spogliandosi strato dopo strato, di tutte le identificazioni che costituiscono la personalità per arrivare a trovare la verità di se stessi. Un percorso tuttavia assai accidentato, denso di rischi che si annidano ad ogni passo.

Sostituire le identificazioni con altre identificazioni, in un processo continuo.

Identificarsi con quello che crediamo essere, che crediamo di sentire, (provate a sentire la differenza tra l’affermare “io sono arrabbiato” con “io vedo la rabbia in me”) che crediamo di conoscere, che crediamo di controllare. Questo non avviene soltanto nel processo di ricerca di sé, nel cammino spirituale. Il rischio identificazione persiste in ogni campo dell’esperienza umana. Nella gestione del potere, nella passione della lotta politica, nel portare avanti i propri ideali, nel genere a cui apparteniamo, nel proprio lavoro, in qualunque tipo di lavoro, non è immune persino lo psicoterapeuta che conduce seminari per la conoscenza di sé.

Per un discepolo, devoto al proprio Maestro può manifestarsi nel diventare cieco di fronte alla fallibilità inevitabile del Maestro. Nessuno infatti è infallibile. Il riconoscere tuttavia questa possibile fallibilità è davvero un compito sovrumano perché spesso i Maestri seguono disegni imperscrutabili impossibili da leggere razionalmente, anche per le menti più raffinate.

In questo numero di ReNudo troverete un esempio di quanto dico rispetto Osho e l’omosessualità. Abbiamo scelto di pubblicare un articolo di un discepolo totalmente identificato con la propria mente che mette in discussione le parole di Osho riguardo la difficoltà per un omosessuale a raggiungere l’illuminazione che non ha nulla a che vedere con un supposto “giudizio” di Osho sulla condizione omosessuale. Tra l’altro, forse non a caso, anche Gurdjieff aveva detto la stessa cosa e forse, non a caso, sarà difficile trovare un Maestro spirituale illuminato che dica qualcosa di diverso. A mio avviso poi, le considerazioni spesso dure di Osho riguardo l’omosessualità, sono dirette contro la fortissima identificazione sessuale di tanti omosex e che ha segnato e segna ancora il movimento di liberazione dei gay e lesbian.  Un movimento che alla nascita, negli anni ’70, poneva l’esigenza di affermare la propria identità diversa, contro la discriminazione sociale e la rimozione culturale di cui era oggetto. Un movimento di liberazione che è riuscito a portare fuori dall’oscurità e dalla paura del giudizio milioni di persone. Un movimento che poi però, negli anni ’80 con la nascita del gay pride scivola in un processo di identificazione collettiva dove la supposta identità ritrovata, a volte, ostenta i connotati di una maschera spesso caricaturale della femminilità.

Certamente, quando Osho affronta il tema dell’identificazione, ad una lettura di superficie, razionale e reattiva, può venire interpretato come un “pronunciarsi contro”. Apparentemente senza manifestare compassione.Ecco quindi che si possono citare frasi di Osho “contro l’omosessualità”, contro la terapia, contro la nonviolenza, contro il matrimonio, oppure a favore di Stalin, a favore del nucleare, a favore del sesso libero per citare solo alcuni esempi di provocazioni che ho potuto ascoltare direttamente a Poona o a Rajneeshpuram. Non a caso spesso si dice di Osho che dice tutto e il contrario di tutto. Ed è vero, se si analizza il suo insegnamento in termini razionali appare contraddittorio. Per molti è difficile comprendere che non esiste una filosofia di vita, una teologia degli insegnamenti. Osho parla alle persone, parla dei problemi veri o falsi che rendono problematica invece che felice la vita di ognuno. L”identificazione in tutte le sue manifestazioni spesso rende la vita triste, rancorosa, problematica, porta a vivere contro. E riguarda tutti, anche persone evolute e già “avanti” nel percorso evolutivo.

Ricordo che i suoi discorsi contro i terapisti ridotti alla definizione di “idraulici della mente” provocò l’abbandono di molti tra i più importanti conduttori di workshop della Multiversity, fortemente identificati nel ruolo di “quasi guide spirituali”.

Una fase in cui il ruolo dei terapisti nella Comune aveva assunto grandissima rilevanza e dove non pochi di loro avevano iniziato a inserire giochi di energia spirituale all’interno dei propri gruppi di lavoro. Prima Osho comunicò pubblicamente una lista di “sannyasin che erano arrivati all’illuminazione” dove i terapisti erano ampiamente rappresentati, salvo pochi giorni dopo rivelare che era stato uno scherzo. Così i tanti ci avevano creduto in un totale processo identificativo, dicevano frasi tipo “Beh dopo tanto tempo che lavoro su di me è normale…” e quando Osho svelò che era stato uno scherzo, si sentirono mancare il terreno sotto piedi e in tanti lasciarono il sannyas.

Ricordo nel primo periodo di Poona fine anni ’70 quando molti seguaci di Gandhi arrivarono in Ashram e Osho iniziò una serie di discorsi diretti a minare la supposta illuminazione del Mahatma “ossessionato dal sesso represso”, in cui diceva che Gandhi la notte era preda di sogni erotici e che le rigide regole imposte ai suoi discepoli provocavano ogni genere di trasgressioni e storture. E così anche tanti discepoli Gandhiani, attratti da Osho, ma identificati con la dimensione spirituale di Ghandi abbandonarono sconvolti l’Ashram.

Io stesso fui preso di mira dal Maestro quando, nel periodo in cui mi diede l’incarico di formare un Partito (Partito Scientifico Rivoluzionario Internazionale), probabilmente riuscendo a vedere la mia identificazione con una concezione laica e libertaria patrimonio della mia storia politica, dovetti assistere una serie di discorsi improntati all’esaltazione di Stalin e dello stalinismo andando a colpire alla radice la mia identificazione più profonda. Per me fu un lavaggio profondo e radicale che mi fece comprendere quanto anche gli ideali positivi che si contrapponevano alle ideologie totalitarie andavano vissuti e interpretati con quell’osservazione distaccata che spesso la passione politica offusca.

L’identificazione rispetto il lavoro e il potere è un altro tema fondamentale nella vita di tutti.

Nella mia lunga esperienza comunitaria ho avuto modo di verificarne diversi aspetti. Nell’Ashram di Poona negli anni ’70 e poi a Rajneeshpuram in Oregon, furono tanti i discepoli occidentali che non riuscirono ad accettare di svolgere mansioni umili nella Comune quando magari nel loro Paese erano personaggi riconosciuti. Oppure come nel caso della guardia del corpo di Osho a Poona, abituato a vivere ogni giorno a fianco del Maestro, presenza vigile e silenziosa ad ogni discorso, ad ogni Darshan, quando si trovò in Oregon a guidare scavatrici per costruire la Comune, scalzato completamente dal suo ruolo precedente, non resse e se ne andò disperato.

L’identificazione nel lavoro, nella mia esperienza è stato un tema nel tema soprattutto quando per una quindicina d’anni mi trovai ad essere responsabile prima del Vivek Centro di meditazione di Milano e poi della Comunità di Osho Miasto. In queste esperienze l’identificazione nel lavoro si sovrapponeva alla dimensione spirituale, rendendo l’esperienza ancora più complessa.

Quante volte affrontando problemi con chi lavorava nella Comune mi sono dovuto chiedere se mi muovevo pulito, dallo spazio di verità o per difendere il mio ruolo. Quante volte agendo la “ mia” energia soprattutto durante le celebrazioni quando “davo il sannyas” e ricevevo forti proiezioni spirituali, mi trovavo a chiedere, magari inconsciamente, una sorta di approvazione del Maestro. Quanta attenzione e delicatezza richiedevano quei momenti anche se in quei rari attimi di non mente accadeva un’empatia totale che poteva portare al riso o al pianto o a entrambi e in quello spazio non poteva esserci identificazione. Ma erano attimi dove la mia sensazione era che quello che pensavo essere la mia energia forse non era proprio mia. Anni dopo arrivò l’indicazione di cambiare la forma della celebrazione dove non ci sarebbe più stata la persona che dava il mala con l’immagine di Osho ma che il mala andava posto ai piedi di chi aveva chiesto di diventare discepolo. L’enfasi quindi del rituale veniva spostata sulla responsabilità di chi aveva fatto la scelta di “prendere il sannyas” rispetto a chi in “rappresentanza” di Osho, “dava il sannyas”.

Ricordo che mi guardai dentro e mi concessi uno spazio di osservazione profondo. Razionalmente questo cambio del rituale lo avevo subito compreso e accolto come crescita e maturazione di una nuova fase, ma dentro di me? Dopo quasi quindici anni che davo il sannyas dentro di me cosa succedeva? Fu una piacevole sorpresa per me (e credo anche per tanti della Comune) che non mi sentii deprivato, non percepii una perdita di potere. Ecco avevo toccato uno spazio di non identificazione riguardante il potere spirituale che mi fece sentire bene, in pace.

In quell’occasione ebbi l’opportunità di sentire, al di là dei dubbi che potevo aver avuto nel corso del tempo, che non c’era identificazione nel potere spirituale.

Rispetto il lavoro quotidiano a Miasto, si tenevano spesso dei meeting dei residenti per affrontare insieme le scelte generali, non di rado mi toccava anche affrontare individualmente chi poneva dei problemi. Uno delle incombenze più difficili nel gestire una Comune.

Comprendere se le problematiche nascevano da proiezioni, resistenze, ingiustizie, mancanza di comunicazione… Se accadeva che qualcuno se ne andasse via dalla Comune in uno spazio di negatività, innanzitutto chiedevo a me stesso “cosa abbiamo sbagliato noi perché quella persona se n’era andata così”. Era infatti molto facile lo scaricare su chi se ne andava la responsabilità di quel piccolo fallimento. Certo, il lavoro in una comune di Osho, gestendo un ruolo dove potere, lavoro, spiritualità s’intrecciano fortemente, rende inevitabile il lavorare anche sulle identificazioni per stanarle quotidianamente.

Per me, nella mia esperienza è stato uno straordinario lavoro su di me e sugli altri.

La vicenda che ha avuto come protagonista Ma Anand Sheela in Oregon è stata un’altra straordinaria opportunità per vedere come sia forte e in questo caso anche tragico il cadere nell’identificazione del proprio ruolo. Premetto che non intendo affrontare in queste poche righe la vicenda di Rajneeshpuram, tornata prepotentemente alla ribalta con il docufilm Wild Wild Country su Neflix.  Su questa vicenda daremo un ampio spazio sul prossimo numero di ReNudo.

Qui voglio solo evidenziare come l’identificazione sia alla base del percorso tragico di Sheela, la segretaria all’epoca di Osho. Infatti durante i tre anni e mezzo in cui Osho entrò in silenzio, Sheela lentamente ma in un crescendo inarrestabile dette vita ad una sua propria visione arrivando ad assumere il ruolo di “papessa” dell’insegnamento di Osho ridotto a religione “il rajneeshismo” con tanto di libretto rosso contenente una sequenza di citazioni decontestualizzate.

Quando poi Osho riprese a parlare per ben dieci mesi cercò di specchiare amorevolmente prima e con durezza quando lei scelse la fuga, quanto Sheela si fosse identificata in quel ruolo di capo assoluto omaggiato e riverito. Il Maestro più volte cercò di specchiare Sheela sulle ragioni del malessere che lei diceva di sentire, spiegandole che questo malessere nasceva dalla difficoltà a lasciare il potere nel momento in cui Lui, riprendendo la parola riportava su di se l’attenzione del mondo. Inoltre che lei sentiva che stava finendo una sua fase della vita con Osho.

Durante questo periodo ebbi l’opportunità di misurarmi direttamente e personalmente con la forza e la determinazione di Sheela nell’instaurare la sua visione usando ogni mezzo per realizzare quello che doveva diventare il movimento sannyasin: da Scuola spirituale a religione organizzata.

Era il mio primo periodo nella Comunità di Osho Miasto quando fui invitato da Pratiti (fondatrice di Miasto) a lasciare Milano per andare ad aiutarla a gestire la Comune. Un giorno arrivò un messaggio da Rajneeshpuram da parte di Sheela: “ Osho vuole che chiudiate Miasto e che vi trasferiate in una grande comune in Germania o in Olanda. Tutta l’energia sannyasin deve riversarsi nelle grandi comunità metropolitane europee”.

La cosa ci sconvolse non poco e ci concedemmo una condivisione aperta e profonda. Ma Pratiti fu chiara. “ Non mi basta il messaggio di Sheela, non sono certa che sia davvero Osho a volere questo”. Un paio di mesi dopo andammo in Oregon per la celebrazione e Pratiti chiese a Sheela di poter incontrare Osho o di avere un messaggio personale sulla vicenda della chiusura di Miasto. Non successe né l’una né l’altra cosa. Per noi fu quindi chiaro che si andava avanti. Tuttavia per un paio d’anni ci fu una costante pressione agita anche da diversi intermediari dello staff di Sheela che vennero a Miasto per cercare di convincerci ad accettare quella che chiamavano“la visione del Maestro”.

L’accusa nei nostri confronti era di essere così identificati con la nostra esperienza da non arrenderci all’idea di un progetto più ampio. Non fu facile continuare a tenere ferma la decisione mentre tutti gli altri centri in Europa chiudevano facendoci sentire ribelli e poco arrendevoli.

Ad un certo momento poi Pratiti mi affidò l’incarico di gestire io questi incontri e la cosa fu ancora più difficile. Ricordo lucidamente l’ultimo tentativo di piegarci, quando venne Dipo, un sannyasin svizzero braccio destro di Sheela, che ci convocò al centro di meditazione di Milano, Vivek che stava chiudendo sempre secondo il volere di Sheela. Fu particolarmente difficile perché l’incontro avvenne in uno spazio ostile. Insieme a lui c’erano due altre persone che non conoscevo e anche lo staff dell’epoca di Vivek non manifestava affatto solidarietà nei nostri confronti. L’incontro durò un paio d’ore. Ero solo, però sentivo dentro forte che stavo difendendo la nostra identità particolare in quanto unica comune di Osho in campagna e che non c’era quella identificazione che ci veniva attribuita. No, era lei che si stava vivendo un tremendo processo identificativo che l’avrebbe portata poi a commettere anche crimini. Io non sono tra quelli che demonizzano Sheela. Sono certo che le cose che ha commesso in lei erano vissute per difendere Osho, per difendere l’esperienza di Rajneeshpuram. Anche le cose peggiori come il tentativo di eliminare il medico personale di Osho, l’isolarlo dalle persone a lui vicine ma che mal sopportavano le modalità di gestione del potere di Sheela, sono certo che venivano vissute da lei come misure necessarie per salvaguardare la sua visione. L’identificazione con il ruolo di leader rivestito da Sheela, che racchiudeva in se ogni potere ha potuto portare una persona indubbiamente intelligente a perdere gradualmente ogni senso del limite, arrivando a commettere atti orribili, auto giustificandosi senza riserve convinta com’era di agire per il bene della Comune e di Osho.

Nella mia più recente esperienza di vita in Italia, ho vissuto una fase dove ho lasciato che l’identificazione con un mio progetto prendesse il sopravvento. Riguarda l’ultimo mio periodo di vita nella Comune di Osho Miasto, all’inizio del 2.000. Avevo messo a punto uno splendido progetto per trasformare un rudere vicino alla Comune, in un luogo da dedicare alla terapia in acqua calda. Lo scopo era di espandere la Comune sul territorio con una attività complementare.

Avevo il business plan, avevo trovato associazioni e terapisti entusiasti di poter lavorare in un Tempio dell’acqua come si sarebbe dovuto chiamare. In una prima fase ebbi il sostegno della Comune ma man mano che si avvicinava il momento del passaggio da sogno/progetto alla fase della realizzazione/investimento del progetto, si manifestò un crescente disagio e timore nella maggioranza dello staff con cui ho dovuto fare i conti. Ed è lì, in questa fase di confronto che avrei dovuto prendere atto che a torto o ragione mancava quell’idem sentire fondamentale per ogni scelta importante di una vita comunitaria e quindi avrei dovuto rinunciare. Al di là del ruolo avrei dovuto arrendermi all’energia che mi circondava. Qualcuno potrebbe dire che il mio innamoramento del mio progetto mi ha fatto perdere la consapevolezza.  E’ qui che l’ identificazione su quello che ritenevo “giusto e utile” per l’espansione della Comune prese il sopravvento. E cos’è l’innamorarsi e il credere di aver ragione? E così scelsi di lasciare la Comune e tentai invano di realizzare il progetto fuori da Miasto.

E’ stato un processo importante perché alla fine mi ha dato modo di vedere come l’errore dell’identificazione non abbia a che vedere sulla giustezza di un progetto ma come sia un “male” che ne mina le fondamenta, giusto o sbagliato che sia il progetto. Così come un ideale politico, anche alto e giusto, quando viene vissuto attraverso una identificazione forte, si può trasformare in un qualcosa di terribile in nome del quale si possono arrivare a commettere ogni sorta di atti sbagliati. E cos’è il Macchiavelli pensiero del fine che giustifica i mezzi se non fare dell’identificazione una ideologia? Così succede che un leader politico se convinto di essere nel giusto, identificato nel suo ideale, può trasformarsi e diventare, nell’agire, simile al suo avversario idealmente più distante.

In ogni campo della vita e dell’agire in sostanza è importante riuscire ad esprimere con forza le proprie passioni e i propri progetti, riuscendo a mantenere viva quell’attenzione a se stessi necessaria per cogliere l’attimo in cui si rischia di cadere nell’identificazione, credendo invece di esprimere la propria identità.

E’ una delle più grandi sfide che i Maestri ci insegnano. Forse la più grande.