Il mio essere discepolo di Osho – Editoriale di Majid Valcarenghi

Il 25 dicembre 1977 ho ricevuto l’iniziazione dal Maestro nell’Ashram di Poona, in India. Ho vissuto l’esperienza di Lui, per tredici anni quando era in vita, e quando ha lasciato il corpo la mia esistenza è diventata pregna della sua presenza. Ero arrivato dopo un lungo viaggio nel sud dell’India ai primi di dicembre senza minimamente immaginare che sarei diventato suo discepolo.

La mia formazione laica non poteva concepire un rapporto Maestro – discepolo, anche se indubbiamente la lettura della “rivoluzione Interiore” di Osho mi aveva affascinato, come mi avevano affascinato i suoi occhi che avevo visto in una sua fotografia. Ma se guardando i suoi occhi, avevo percepito un vuoto assoluto in cui sarei potuto sprofondare, è anche vero che nella mia testa si accavallavano pensieri e interrogativi che mi facevano resistere ad una totale apertura.

La sera andavo ad ascoltare estasiato i suoi discorsi, ma di fondo la mia resistenza verteva su qualcosa che non sentivo nelle sue parole.

Osho (all’epoca Bhagwan) non aveva mai parlato di una rivoluzione sociale. Come se non esistesse al di fuori dall’Ashram un mondo pieno di ingiustizie da cambiare. Io tenevo per me queste mie inquietudini, senza farne menzione con nessuno. Poi dopo alcuni giorni di questo mio travaglio accadde un “miracolo”.

Come per magia Osho iniziò una serie di discorsi sulla rivoluzione sociale rispondendo punto per punto ai miei interrogativi. Senza che gli avessi chiesto nulla, senza che ne avessi parlato con nessuno.
Cominciò a rispondermi parlando della necessità di integrare le lotte sociali con la rivoluzione interiore. Di come tutte le rivoluzioni nella Storia fossero fallite proprio perché i rivoluzionari non avevano avuto la consapevolezza della necessità di trasformare anche il proprio essere.

E così arrivati al potere, erano a loro volta diventati oppressori. Cambiare la struttura della società senza destrutturare l’ego, senza un lavoro su di sé, porta ad un’inevitabile fallimento della politica.
In quelle sere incontravo diversi italiani nell’Ashram, che manifestavano fastidio e sorpresa per quello che chiamavano “Bhagwan politico”. Non era mai successo prima. Questa fu la magia che fece crollare sera dopo sera le mie resistenze. Qualche giorno prima di Natale mi sentii pronto a lasciare tutto, ad abbandonare la mia storia personale pubblica e aprire una pagina nuova della mia vita. Così chiesi di diventare sannyasin, ma Osho mi sorprese ancora una volta.

Non mi disse affatto, come faceva solitamente, con chi voleva diventare suo discepolo, di cambiare vita, lasciare il lavoro per iniziare una nuova strada. Semplicemente mi diede delle indicazioni per lavorare per lui, usando ReNudo, il mio lavoro nella comunicazione e nominandomi Ambasciatore della sua visione in Italia.

Tornato a casa iniziai a raccontare attraverso ReNudo la mia esperienza in India. In seguito scrissi un libro sul mio incontro con il Maestro e iniziai a pubblicare diversi suoi testi, in un periodo in cui erano pochissimi gli editori interessati a Osho. Con l’aiuto di altri sannyasin aprimmo anche un Centro di Meditazione a Milano. Era uno spazio di oltre mille metri quadri, lasciatomi da Mauro Rostagno che fino a quel momento l’aveva gestito come Centro Sociale col nome di Macondo.

Destinammo uno spazio per la meditazione e i gruppi d’incontro, una sala da tè con musica dal vivo, un ristorante vegetariano e la discoteca. Ricevemmo il nome da Poona per il Centro: Vivek.

In pochi mesi divenne un punto di riferimento.

Un luogo dove meditare ed incontrarsi importante per centinaia di milanesi.
Un paio d’anni dopo, lasciai Milano e Vivek perchè Pratiti, una delle prime discepole di Osho, mi chiese di aiutarla per creare una comunità di vita, lavoro e meditazione in un podere che aveva acquistato in Toscana. Dopo il mio arrivo, in un progetto di forte espansione la comunità ricevette il nome di Miasto che significa città.

Quello fu anche il periodo in cui in un secondo e poi in un terzo viaggio a Poona, il Maestro mi diede altri incarichi più precisi e impegnativi: non più solitario Ambasciatore ma organizzatore di un Partito per affermare la sua presenza in Italia e un Manifesto che mi disse di scrivere per introdurre la sua visione.

Un momento importante per me che sconvolse non poco la mia vita e anche quella di Miasto.

Mi dedicai, con altri, alla stesura di “Politica e Zen un nuovo Manifesto”. Osho, dopo averlo letto ci inviò il suo “blessing”, così lo pubblicammo con la Feltrinelli.

Per alcuni anni partecipammo ad oltre cento incontri pubblici presentando il Manifesto, e introducendo la visione di Osho. Ma questa vicenda, sarà il tema del prossimo numero di ReNudo in occasione della riedizione del libro che uscirà a primavera col titolo “ZEN e POLITICA”.
In sintesi il mio vissuto nell’essere discepolo di Osho si potrebbe ridurre al concetto di servizio. Al servizio del Lavoro del Maestro. Un rapporto devozionale che mi ha esposto a diverse critiche per essermi fatto “usare” da Osho. Critiche che mi hanno fatto sorridere, un uso reciproco nel rapporto, quando è fortemente consolidato nella devozione è parte integrante di ogni rapporto d’amore.

E per me il rapporto con Osho è stato ed è il rapporto d’amore più importante della mia vita.