La Bibbia: non ci hanno raccontato tutto e neppure la verità

Mauro Biglino studioso di storia delle religioni, è traduttore di ebraico antico per conto delle Edizioni San Paolo: dalla Bibbia stuttgartensia (Codice di Leningrado) ha tradotto 23 libri dell’Antico Testamento di cui 17 già pubblicati. Da 30 anni si occupa dei cosiddetti testi sacri nella covinzione che solo la conoscenza diretta di ciò che hanno scritto gli antichi redattori possa aiutare a comprendere veramente il pensiero religioso formulato dall’umanità nella sua storia.
L’articolo che vi proponiamo, che prende spunto dalla sua traduzione letterale della Bibbia, ha una straordinaria valenza storica.

La Bibbia è stata oggetto di svariate chiavi di lettura e questi diversi approcci hanno prodotto interpretazioni teologiche, allegoriche, metaforiche, teosofiche, antroposofiche, esoterico-iniziatiche, psicanalitiche, sociologiche… Ogni interpretazione è stata condizionata dalle idee e dagli obiettivi dei vari commentatori che hanno sempre fatto in modo di trovare nei testi conferme alle dottrine o idee che essi stessi hanno elaborato e sulle quali sono state costruite intere strutture di potere finalizzate al controllo sistematico delle coscienze per motivi spesso non solo spirituali. Le finalità degli interpreti piegano il testo e rielaborano i significati alla luce di dottrine la cui origine appare essere addirittura esterna ai testi stessi e talvolta neppure con quelli coerente.
Spesso la realtà si prende una sorta di rivincita, tende a superare la volontà interpretativa e si impone anche contro chi la vuole ricondurre nei binari necessari alla diffusione delle verità che si intendono veicolare..
Rashi de Troyes – uno dei massimi esegeti ebrei (X-XI sec d.C.) – era consapevole di questo problema che è determinante agli effetti di quanto qui diremo, sulla base di contenuti che derivano esclusivamente da traduzioni letterali della Bibbia derivante dal testo più antico ed universalmente accettato: il Codice di Leningrado.
Rashy affermò che alle parole della Toràh si possono attribuire anche 70 significati diversi, ma c’è un significato che queste parole “non possono non avere” ed è quello “letterale”.
Si tratta cioè di provare a pensare che gli autori biblici ci abbiano voluto dire ‘esattamente’ ciò che ci hanno detto, senza messaggi particolari, senza contenuti celati in codici, senza misteri da svelare: facciamo quindi un esercizio semplice e consideriamo l’Antico Testamento come un libro di storia, un testo in cui vari autori di un popolo hanno voluto raccontare la loro saga. Così facendo dobbiamo attribuire a quel testo le caratteristiche di ogni lavoro storiografico e considerare quindi che contiene delle verità, ma anche delle falsità, degli errori, delle dimenticanze accidentali o volute; certi eventi saranno enfatizzati ed altri sottaciuti, magari interpretati in funzione degli obiettivi e dei messaggi che si intendeva veicolare.
Va ricordato inoltre che una delle caratteristiche fondamentali ed ovvie di ogni testo è la seguente: gli autori scrivono utilizzando le categorie culturali, concettuali e linguistiche di cui dispongono. Ogni autore impiega necessariamente gli strumenti di comunicazione che il suo tempo gli mette a disposizione; non potrà quindi usare termini che ancora non esistono per descrivere realtà nuove e strabilianti per lui e per chi lo leggerà.
Abbiamo quindi una duplice premessa metodologica: importanza del significato letterale del testo e storicizzazione degli strumenti di comunicazione usati da chi scriveva.
Precisiamo questi aspetti perché costituiscono un elemento peculiare che differenzia questa rappresentazione della Bibbia da quella della Chiesa che invece tende a reinterpretare in chiave dottrinale ciò che appare astruso o comunque non in linea con il messaggio dogmatico veicolato da due millenni.
Rispettando Rashi de Troyes traduciamo il testo nel significato letterale sapendo che gli autori biblici dovevano fare uso delle espressioni del linguaggio appartenente a quel periodo e a quel particolare contesto culturale; avevano la necessità di raccontare a persone non certo dotate di una ampia cultura eventi che erano di ordine diverso rispetto alla normalità, fenomeni che sembravano superare le conoscenze e le capacità di comprensione di un popolo nomade o seminomade.
Tutto ciò che era inerente al volo veniva quindi definito con la terminologia propria del mondo degli “uccelli”; tutto ciò che attraversava velocemente l’aria non poteva che essere descritto come una forma di “vento” (ruàch: termine il cui significato si è evoluto fino ad acquisire poi il valore di “spirito”); tutto ciò che emetteva una qualche forma di energia visibile era definito “ardente o infuocato”; gli improvvisi getti o riflessi di luce erano necessariamente “lampi”; ogni rombo, frastuono o rumore prodotto da un qualunque mezzo veniva identificato con il “tuono” o con il suono prodotto da grandi masse di acqua; ogni strumento di osservazione, magari di forma tondeggiante, era evidentemente un “occhio”, e così via…
La traduzione letterale della Bibbia nella forma più antica definita dai masoreti porta, sulla base di quanto appena detto, a fare delle scoperte di non poco conto.
Il meraviglioso (ciò che desta meraviglia) appare ai nostri occhi e ci rivela anche l’inatteso che trova conferme dirette e indirette.
La traduzione letterale condotta sulla Bibbia Stuttgartensia consente di riscontrare ciò che non è stato mai raccontato con sufficiente chiarezza; anni di traduzioni hanno fatto maturare nel traduttore delle convinzioni precise.
Va detto che il sottoscritto traduttore – autore del libro e del presente articolo – non è un ufologo né un contattista, non ha mai visto un UFO in vita sua, non se ne è mai occupato e quindi pensa che sia utile introdurre qui le parole di un teologo, Mons. Corrado Balducci – portavoce del Vaticano per il tema degli extraterrestri – il quale ha sostenuto che gli Alieni esistono e che la Bibbia li conosceva senza alcun dubbio!
Conosciamo i molti testi che affrontano la possibilità di contatti con civiltà extraterrestri e che tali contatti siano all’origine della nostra nascita e della nostra evoluzione: questa produzione libraria talvolta cita e analizza passi dell’Antico Testamento sulla base delle versioni della Bibbia che tutti possediamo.
Ma la traduzione letterale ci ha rivelato che abbiamo la possibilità di saperne di più, di avere riscontri ancora più significativi, di trovare conferme concrete alle parole di Mons. Balducci, ma anche di andare ben oltre ciò che egli stesso affermava e a cui forse non pensava, perché era sempre e comunque un sacerdote legato alle dottrine della sua Chiesa madre.
Chi segue questi temi conosce le visioni dei carri celesti di Ezechiele, la vicenda del cosiddetto rapimento di Elia (anche se il termine rapimento risulta improprio alla luce dei fatti narrati dagli autori biblici), la visione di Zaccaria, molto meno conosciuta ma la cui traduzione diretta rimanda alla chiara ed inequivocabile rappresentazione di Oggetti Volanti Non (meglio) Identificati.
Ciò che inspiegabilmente si tralascia sono le conferme indirette che assumono invece le caratteristiche di fondamentali elementi di prova.
Facciamo alcuni esempi utili a chiarire il valore di questi particolari apparentemente marginali ma capaci invece di chiarire gli eventi meglio di ogni altra pretestuosa interpretazione di ordine teologico o dottrinale.
Chi sa cosa fanno e come si comportano i discepoli di Elia prima e dopo la sua salita in cielo avvenuta su di un carro volante?
La riposta a questa domanda ci dice che quel comportamento era coerente solo nel caso di una vera ‘abduction’ e non lo si potrebbe in alcun modo spiegare diversamente.
Chi tiene conto della parole di Zaccaria che, dopo avere visto gli oggetti volanti e le ‘femmine’ che li pilotano, definisce un rapporto preciso tra quegli OVNI e la terra di Shin’ar (Sumer) che Sitchin ci racconta essere il luogo in cui tutto è nato perché degli OVNI e dei loro piloti era l’originaria base terrena?
Come si comprendono le conseguenze legate alla manifestazione della gloria di Dio a Mosè, se non si sa che il termine ebraico (kevòd) non rimanda a concetti di ordine astratto (come erroneamente interprato dai greci poi seguiti dalla tradizione) ma ad un ‘qualcosa’ che noi potremmo assimilare ad un aereo, un carro armato, un TIR…?
Chi spiega perché Dio non era in grado di controllare gli effetti di questa sua manifestazione che risultava essere inevitabilmente mortale per chi la osservava da vicino?
Chi può spiegare con coerenza il comportamento degli ‘angeli’ (mal’akim) che incontrano Abramo e Lot, compiendo una serie di atti che sarebbero ridicoli se attribuiti ad esseri spirituali?
Come spiegare la descrizione di quell’individuo (angelo?) che incontra Davide in un luogo così poco elevato come l’aia di una povera casa e gli incute un grande terrore?
La riposta a queste e altre questioni, alcune delle quali vedremo tra breve, costituisce appunto testimonianza indiretta: i contenuti di quei racconti non sarebbero comprensibili se fossero semplicemente ricondotti all’ambito delle esperienze spirituali, oniriche, estatiche, mistiche… e ancor meno lo sarebbero se fossero considerati delle semplici allegorie, come spesso si fa al fine di annullarne la pericolosità e renderli innocui per le verità dottrinali che da questi vengono messe in crisi.
D’altra parte si sa bene che gli angeli della tradizione cristiana hanno ‘ricevuto le ali’ solo nel IV secolo dopo Cristo, ad opera dei teologi della Cappadocia, e che sono stati dichiarati formalmente ‘spirituali’ solo nel corso del IV Concilio Lateranense tenutosi nel 1213

Pubblicato nel numero 9 di Renudo