La coscienza superluminale

Molte delle risposte che cerchiamo fuori, potrebbero trovarsi dentro

di Arshad Moscogiuri

Non ce ne sono più quanti una volta, eppure… Se provassimo a fare un censimento per contare tutti gli alberi che esistono sulla faccia della terra, saremmo in grado di farlo? Anche se mettessimo al lavoro un gran numero di abitanti del pianeta, divisi in squadre, assegnati per zone. Persino contando tronco per tronco, chioma per chioma. Pur avanzando compatti nel conteggio, senza tralasciare un solo virgulto. Concesso tutto ciò e anche avendo anni a disposizione, saremmo veramente capaci di contare tutti gli alberi che esistono?

Mettiamo di arrivare a un numero, che so, quattrocento miliardi (1), senza sbagliare neppure un calcolo. Ebbene, saremmo riusciti ad ottenere un conto preciso?
La risposta è: no. Non potremmo mai riuscirci, almeno con i mezzi oggi a nostra disposizione.
Durante il tempo che occorrerebbe per completare questa ipotetica somma, chissà quanti alberi sarebbero nati e quanti morti. Le probabilità che i numeri si eguaglino sono piuttosto esigue, vale a dire nulle. Il computo non sarebbe mai completo, non otterremmo un numero finito.
Tuttavia, sappiamo bene che gli alberi della Terra non sono infiniti.

È che serve troppo tempo per coprire lo spazio necessario a calcolare la quantità di alberi presenti. Una volta che abbiamo terminato, il numero è già mutato. Per arrivare a una cifra esatta, servirebbero calcoli molto più veloci, basati su strumenti diversi da quelli attualmente possibili. Il sistema non potrà essere un conteggio visivo effettuato da moltitudini di persone, ma dovrà fornire un quadro della realtà molto più rapido, quasi una foto istantanea globale.
Ci muoviamo entro il campo delle stime, delle probabilità. Possiamo forse dire che esistono circa quattrocento miliardi di alberi. Più o meno, ragionevolmente. Ma non veramente, sicuramente, precisamente.
Oggi, il numero degli alberi non può essere finito; dal nostro punto di vista, appare piuttosto infinito. Non idealmente, bensì pragmaticamente infinito, infinibile. Pur ritenendo che sia un numero finito, non possiamo che averne un’esperienza di infinito.
Non si tratta di un infinito statico, del quale non si può neanche supporre la fine, bensì di un infinito dinamico. Ovvero, lo stesso continuo movimento della realtà ne determina l’incommensurabilità, perché più veloce degli strumenti di calcolo esistenti.
Questo è forse il caso dell’universo in cui siamo immersi. Non siamo ancora certi se sia finito o infinito, anche se quello visibile è stato quasi tutto mappato (2). Lo riteniamo senza fine, ma questo ormai non riguarda più la sua vastità quanto la sua dinamicità. È possibile fare una stima delle galassie esistenti. Che so, quattrocento miliardi di galassie (3). Però non si riesce ancora a contarle fedelmente, giacché nel tempo occorso alla luce per arrivare fino a noi possono essere nate e morte frotte di galassie, e altre possono essersi fuse insieme. In qualche milione, miliardo di anni luce, quale tasso di mutazione può essere individuato? Quante probabilità ci sono di azzeccare il giusto ammontare?

Al momento non siamo in grado di stabilire un numero ineccepibile per le galassie che stanno in cielo, molto meno di quanto lo siamo di precisare il numero degli alberi che stanno in terra. Anzi, potremmo anche essere rimasti solo noi su questo minuscolo pianeta, in questo piccolo sistema solare. Se il resto dell’universo, se tutte le galassie inclusa questa si fossero già estinte, non ce ne accorgeremmo che tra qualche anno (4), secolo o milione di anni. Per conoscere l’esatta quantità di galassie ora nel cosmo servono altri sistemi operativi, capacità di calcolo ignote. Pertanto, sebbene la scienza sia arrivata a sospettare che questo universo sia finito, noi non possiamo che percepirlo come infinito.
Un infinito estremamente dinamico.
In ogni caso, tutte queste considerazioni prescindono dal puro concetto di infinito, ove la domanda si pone sul confine oltre il finito. Cioè: se anche riuscissimo, un giorno, a calcolare puntualmente la quantità effettiva di galassie, non avremmo risposto all’interrogativo che riguarda quello che c’è al di là dei limiti estremi dell’universo, che continua a espandersi. Dopo il quattrocentomiliardesimo ammasso stellare, cosa c’è? Il vuoto? Il nulla? E questo com’è, finito oppure infinito?
Se la comprensione dell’infinito dinamico è piuttosto semplice, il tentativo di trovare una risposta a questa domanda è destinato a creare un corto circuito mentale assoluto. Rientra nella sfera dell’incomprensibile per antonomasia, intrinsecamente. È infatti presumibile che lo sforzo stesso della coscienza di interrogarsi in merito al vuoto, al nulla, eluda automaticamente la possibilità di farne esperienza. Se un vuoto c’è non sarà possibile osservarlo, poiché la stessa consapevolezza necessaria all’osservazione lo riempie. Da quel momento, cessa di essere vuoto. Un po’ come il principio quantistico di indeterminazione: quando interviene l’osservazione, questa stessa energia provoca cambiamenti nel microcosmo.

Sembra una situazione senza speranza, un vicolo cieco.
Al contempo, offre un’ipotizzabile via d’uscita.
Non siamo in grado di concepire oggettivamente cosa ci sia oltre i confini del creato, ma forse possiamo individuare come estendere quei confini, come piantare un’altra bandierina, un po’ più in là. Chissà, la bandierina potrebbe essere la coscienza stessa che, raggiunti i limiti dell’universo, si affaccia oltre, nel vuoto, e in tal modo ne riempie un altro pezzo. Forse, spingendo la coscienza oltre i suoi usuali limiti, anche quelli fisici e scientifici fin qui noti, questa può creare nuovi territori, estendere le frontiere. In un certo senso, è sempre stato così; un secolo fa, i limiti dell’universo erano assai più angusti. Credevamo fosse la galassia e nient’altro: un universo fatto solo di Via Lattea. Poi la coscienza ha osato nuove domande, ha cercato risposte con un sistema operativo totalmente rivoluzionario e l’universo è diventato più grande, anzi infinito.
Oggi, si torna a supporre che sia finito, ma che forse non è l’unico.
Il creato assume l’aspetto di ciò che è creabile, più la somma di ciò che già è stato possibile creare.
Se i nostri strumenti fossero sufficientemente veloci… ma non basta neppure la velocità della luce, della quale già in un certo modo usufruiamo. Non siamo infatti in grado di viaggiare fisicamente alla velocità della luce, però sappiamo captare la luce che viaggia nello spazio. Possiamo leggere tutto quello che la luce ha scritto nell’universo, ma i suoi tempi sono molto lunghi rispetto alla vastità del cosmo. La luce è troppo lenta per spingersi oltre i suoi confini, sebbene sia la maggiore velocità conosciuta.

Macché, per valicarli occorre un mezzo parecchio più rapido, decisamente superluminale. Non un prodotto della creazione, bensì l’energia creativa stessa.
I vecchi racconti di fantascienza ricorrevano alla velocità del pensiero; ora, gli stimoli neuronali sono stati misurati e si è scoperto che l’impulso elettrico, per arrivare al cervello, viaggia a velocità molto inferiori a quelle della luce.
Se non basta la luce, figuriamoci il pensiero. Cosa c’è di più veloce del pensiero? Cosa lo anticipa, chi trasmette l’impulso al neurone? Da dove parte il segnale? Una risposta biologica, un desiderio inconscio? E cosa ci muove quando ci poniamo delle domande sull’universo? Che viene prima dei pensieri, chi avvia lo stimolo neuronale? Verosimilmente, la volontà, l’intento, potrebbero trovarsi a monte della sollecitazione dei neuroni, ma chi muove la volontà, cosa crea l’intento? È accettabile dire che si tratti della coscienza? Ed è accettabile dire che la coscienza possa essere più veloce degli impulsi neuronali? Addirittura più veloce della luce?
In effetti, se la coscienza fosse lo strumento capace di espandere i confini noti dell’universo, sarebbe opportuno che la sua velocità le consentisse di farlo.
Si rivelerebbe da una parte un dispositivo tanto potente da essere energia di creazione, dall’altra il sistema operativo più veloce in assoluto.
La coscienza potrebbe ricondurre a un punto unico sia il tempo che lo spazio, concentrandoli in una singolarità fatta di un qui che sta ovunque e di un adesso continuo.
Se tutto ciò fosse plausibile, molte delle risposte che cerchiamo fuori, tra le stelle, potrebbero trovarsi dentro. L’esplorazione del cosmo e del microcosmo è legata indissolubilmente alla coscienza dell’osservatore, tanto quanto l’osservatore è legato al cosmo e al microcosmo. Non ci sono separazioni.

Lecitamente, la scienza potrebbe avere necessità di farsi olistica, includendo entrambe le direzioni, esplorando il dentro quanto il fuori. L’esperienza della coscienza che incontra il vuoto e vi si fonde potrebbe essere la via d’uscita che consentirebbe di superare i limiti dell’impostazione dualistica con la quale interpretiamo tempo, spazio e realtà che ci circonda.
Ci renderemmo scientemente uno nel tutto, aprendo la strada a una nuova, rivoluzionaria capacità di comprensione armonica di ciò che è.
Per adesso, quella strada non sappiamo nemmeno se esiste e della coscienza ancora non si trova traccia documentabile. Quanto qui scritto starnazza soltanto speculazioni della fantasia, vani annaspi dell’ignoranza che, da minuscoli frammenti di informazione, pretende di edificare sistemi di conoscenza. Ne domando perdono, anche a nome dei miei simili. Noi umani siamo fatti così, ignoranti che non si rassegnano. Per questo, e visto che lo spazio dell’articolo finisce col prossimo punto, desidero ringraziarti per il tempo che hai trascorso a leggerlo fino a qui, fino ad ora.

NOTE
(1) Secondo la NASA (rilevazioni satellitari del 2012), sul pianeta ci sarebbero poco più di 400 miliardi di alberi.
(2) Se l’universo fosse statico, il raggio osservabile sarebbe pari alla sua età, stimata intorno ai 13,82 miliardi di anni. Il campo ultra profondo di Hubble, l’immagine della regione più remota dello spazio mai ottenuta, ci permette di affacciarci indietro nel tempo fino a 820 milioni di anni dopo il Big Bang. Nel frattempo però il cosmo si è espanso e le galassie la cui luce arriva oggi fino a noi si sono allontanate l’una dall’altra e continuano a farlo, sembra, a velocità crescente. C’è chi ipotizza che il raggio dell’universo sia ora pari a 47 miliardi di anni luce: una sfera (se di sfera si trattasse) con un diametro di 93 mld AL. Ben oltre le colonne d’Ercole dell’attuale conoscibile: superato un certo limite, la dilatazione dello spazio determina distanze incolmabili dalla luce, che non raggiungerà mai due punti che continuano reciprocamente ad allontanarsi a 68 km al secondo. Per una legge detta distanza di Hubble, tale limite è a 16 miliardi di AL. Da qui in poi spazio, tempo e ogni legge fisica perdono qualsiasi valenza e, per quanto se ne sa, tra due punti così lontani non sarà mai possibile alcun contatto, scambio di segnale o captazione luminosa. Se ci fossero galassie o universi oltre questo confine, sarebbero di fatto e per sempre al di fuori della nostra realtà, pur esistendo nella propria. In più, se la velocità di espansione cosmica è in accelerazione, in un futuro remotissimo nessuna galassia potrebbe sapere se ne esistono altre, perché non sarebbero più visibili. Secondo la teoria del Big Rip (grande strappo), la stessa materia dell’universo potrebbe disgregarsi completamente. Sono ipotesi ancora piene di incognite, a cominciare da materia ed energia oscure, così dette perché ignote.
(3) Curiosamente, da calcoli fatti sulla densità media di porzioni dell’universo visibile osservate con il telescopio spaziale Hubble, esisterebbero nel cosmo tra i 300 e i 500 miliardi di galassie: in media 400 miliardi, proprio come gli alberi.
(4) La stella più a noi più vicina è Proxima Centauri; dista 4,2 anni luce. Se scomparisse, ce ne accorgeremmo dopo 49 mesi e qualche giorno.

 

Arshad Moscogiuri è un ricercatore, scrittore e counselor olistico; dirige il Centro Osho Circle School e tiene corsi, conferenze ed eventi.

www.arshadmoscogiuri.com

 

 

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