Lidia Ravera

Quando mi sono accostata a Renudo ero una ventenne lottatrice con intenzione di continuità. Era Milano, erano gli anni settanta, oltretutto i primi. Di Lottacontinua mi piaceva l’aspetto di Chiesa: parrocchia, credo, decalogo, autorità (ah, Sofri! Praticamente un semidio) cose da fare, cose da propagandare, cose da pensare, cose da odiare, mi piaceva l’appartenenza, il teatrino di essere i migliori e anche un certo sacrificio di tempo e fiato, di energie.

Di Renudo mi piaceva l’aspetto di spiritualità: era un posto istintivamente più largo, dai confini più sfumati, dava meno patenti e quindi meno sicurezza, ma c’era un’attenzione allo star bene dentro, ciascuno per sè e quindi per gli altri, perché se tu sei migliore sei meno tossico a chi ti respira vicino, e, in fondo anche cambiare gli esseri umani uno per uno è un modo di fare la rivoluzione. Ci impieghi un paio di millenni, ma, a ben vedere, il tempo misurabile è un’invenzione capitalistica, post industriale. Se il tempo diventa meno padrone, la durata si sostituisce all’ansia di finire l’opera e il gioco è fatto, sei libero. Libero di partecipare a un tratto di cammino, a una sezione del viaggio, senza l’ossessione di portare a buon fine, di piantar la bandiera in cima alla montagna, di organizzare la Festa di Chiusura in Bellezza. (…)

Poi sono passati una ventina d’anni.
(…) chi frequenterà questo posto? Adesso, intendo.
(…) Se in qualche modo immagino i lettori di Renudo, li immagino così: gente che non ha fretta. Che può fermarsi. Che sa apprezzare una sosta.

Re Nudo N. 1, Ottobre 1996

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