Michele Serra

Venticinque anni fa pensavo che Re Nudo fosse un’intimidazione. Oggi mi suona piuttosto come un augurio. E mi chiedo: con tutti i privilegi che ha il re, perché lasciargli anche quello di mostrarsi nudo?

Il peso delle sovrastrutture culturali e sociali – in un mondo che, dopo avere organizzato militarmente il tempo del lavoro, sta facendo altrettanto con il tempo della ricreazione – si è fatto quasi insopportabile. Ciò che chiamiamo “informazione”, per esempio, veste la nostra conoscenza del mondo con tanti e tali paludamenti che il Re dell’apologo, al confronto, era un’anima semplice.

Un giornale che si chiama ”Re Nudo” dovrebbe promettere dunque, prima di tutto, di spogliare se stesso. Di sostituire, per quanto si può, lo sterminato campionario di “notizie” con altrettanti pezzi di scrittura, cioè di parole che nascono dall’esperienza diretta e personale, dal corpo di chi scrive e non dal macchinismo dei media.(…)

La libertà di Re Nudo potrebbero essere proprio questa: prescindere dai temi e dai tempi proposti dall’informazione e indirizzarsi lungo strade del tutto autonome. Col rischio dell’arbitrarietà e dell’intempestività. Un giornalismo “esperienziale”, di testimonianze intellettuali che oggi viene praticato a tratti solo nelle riviste letterarie (che sono per definizione fuori dal giornalismo). Provare a riportare dentro il giornalismo quella libertà di argomenti e di scrittura che oggi si colloca soltanto dentro il campo dell’”arte” e della letteratura. Partire alla ricerca di un “giornalismo d’arte”, o d’artigianato, che è quasi la stessa cosa, che nasca dalle esigenze di chi scrive e per questo interessa chi legge. (E d’altra parte: i giornali sono in crisi proprio perché chi legge capisce al volo che chi scrive non è più interessato a quello che scrive, non è più dentro quello che scrive).

Si può? Si può provare. Ed è questo, poi, che mi aspetto da una rinascita, venticinque anni dopo, di un giornale che si chiama “Re Nudo”.

Re Nudo N. 1, Ottobre 1996

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